di Giacomo de Antonellis 

 

Le origini della famiglia Cattaneo partono da lontano. Se ne hanno notizie attorno all’anno Mille attraverso una pergamena del monastero ligure di Santo Stefano nel quale si cita un comes (conte) Conradus Primus de Volta, vivente nel 938 con funzioni governative a Genova. I Cattaneo, abili mercanti, abitavano nella calata di Ripa Maris sul Porto vecchio (nota oggi come Calata Cattaneo). In quella speculare arena essi vissero e lavorarono accrescendo di fama e ricchezza[1]. Nel 1528 il governo di Genova – per dare una stabile organizzazione della città attraverso la creazione di ventotto “alberghi”, cinque per la fazione popolare e 23 per quella nobile, tutti dotati di proprio stemma - inseriva la famiglia nell’albergo Grillo che cominciò ad esprimersi con i suoi esponenti in campo religioso, civile e finanziario.

Il cognome fa riferimento a un’antica variante di “capitano”, dignità assegnata da Federico Barbarossa al console genovese Ingo con la nomina a “Cattaneo della corte imperiale” con facoltà di inserire l’aquila imperiale nelle insegne di famiglia, la quale in precedenza veniva semplicemente collegata ai loro interessi commerciali esercitati con fondaci nel Vicino Oriente e con bastimenti che solcavano il Mediterraneo asiatico, e quindi erano appellati “olim de Volta” ovvero “da tempo in Levante”. 

Benevento è città dotata di un originale e antico assetto urbanistico. La sua migliore edilizia si concentra nel centro storico, dove non mancano monumenti e palazzi che risalgono ai secoli XVIII e XIX. Di questi ultimi abbiamo tracciato una serie di  sintetiche schede delineandone - per quanto possibile - l’origine, la proprietà e l’evoluzione nel tempo in base agli eventi sismici, alle situazioni belliche e alle trasformazioni dell’impianto stradale. In questo opuscolo, ad uso di cittadini e visitatori, sono selezionati diciotto esempi passando dal loro utilizzo in funzione pubblica (religiosa o laica) o dal loro status privato. Una passeggiata entro le mura che si conclude con uno sguardo verso la collina per legare la bellezza del passato all’odierna modernità.

Sotto il link per scaricare il saggio completo in pdf.

Samuele Cecotti intervista Miguel Ayuso

Il 18 luglio 2016 è ricorso l'80° anniversario dell'Alzamiento, la sollevazione militare che segnò l'inizio della guerra civile spagnola. Il conflitto si sarebbe concluso il 28 marzo 1939, con la vittoria delle truppe nazional-cattoliche, guidate dal "generalissimo" Francisco Franco, contro il regime repubblicano e anticristiano instaurato in Spagna dal Fronte Popolare.

Oggi il regno di Spagna si segnala per una Costituzione modellata sul modello costituzionale liberal-democratico (si veda il duro giudizio dato dal card. Marcelo Gonzalez Martin nell’Istruzione pastorale del 28 novembre 1978), una legislazione gravemente immorale, ad esempio, in tema di vita e famiglia. Spagnolo era il primo ministro Zapatero, vera icona mondiale del laicismo e del nichilismo giuridico. Inoltre la memoria storica nazionale è sempre più manipolata dal potere politico in senso anti-franchista, sino a capovolgere la verità. È evidente che qualcosa è andato storto. Tanto più che lo stesso mondo cattolico e le gerarchie ecclesiastiche sembrano quasi provare vergogna per la vittoria dei nazional-cattolici nella Guerra civile e per il regime nato da detta vittoria.

Per avere una parola di chiarezza utile a riflettere e meglio comprendere la complessa questione che dall’Alzamiento porta all’attuale Spagna relativista inquadrando il tutto nella più vasta storia del cattolicesimo novecentesco, dal pontificato del venerabile Pio XII alla crisi post-conciliare, proponiamo ai nostri lettori l’intervista di un illustre giurista e intellettuale cattolico spagnolo: il prof. Miguel Ayuso Torres, docente di diritto costituzionale alla Pontificia Università Comillas di Madrid, presidente dell’Unione Internazionale Giuristi Cattolici, direttore della rivista cattolica «Verbo», nonché membro della Segreteria Politica della Comunión Tradicionalista.

Giacomo de Antonellis

La battaglia di Benevento nel romanzo storico dell’Ottocento

Il romanzo storico è un genere letterario nato nell’Ottocento soprattutto all’estero, ma che in Italia ottenne grande risonanza e successo eccezionale. La spiegazione è semplice. Frutto iniziale del Romanticismo europeo, questo genere si sposò magnificamente con le istanze unitarie e patriottiche del Risorgimento ricevendo l’entusiasmante adesione della ristretta classe intellettuale (quella che sapeva leggere) ma anche enorme diffusione nella popolazione non colta che ascoltava i cantastorie e imparava a memoria le gesta dei personaggi storici. C’erano analfabeti in grado di memorizzare, rigo per rigo, I Reali di Francia come l’Orlando furioso e la Gerusalemme liberata. Poesia e prosa erano perfettamente integrati. E il romanzo storico – come scrive Francesco Flora[1] – divenne “un poema in abito civile”. Non a caso il periodo che ha sanzionato la nostra unità politica da molti critici viene ricordato come il “secolo della storia”.

Per arrivare a questa svolta si deve però partire dalla fine del Settecento quando in diversi paesi del vecchio continente, e particolarmente in Germania, andò sovrapponendosi alla moda classicista il genere romantico o sentimentale. Schiller[2], Goethe, Novalis, Keats, Shelley, Byron, e più tardi Hugo, Stendhal, Chateaubriand, e soprattutto lo scozzese Walter Scott (1771-1832) che con il suo Ivanhoe seppe infiammare i cuori di intere generazioni. Da sottolineare che l’originale scrittura di questo affascinante capolavoro è del 1819 e che appena tre anni più tardi apparve in lingua italiana diventando subito, con espressione attuale, un best-seller che influenzò ampiamente la nostra letteratura diffondendo tra gli autori italiani una caratteristica particolare, quella di trasformare il racconto storico in attualità politica e propositiva fino a diventare rappresentazione dell’odierno[3]. “L’anno decisivo per il romanzo storico italiano fu il 1827, quando si concluse la prima edizione dei Promessi sposi ed apparvero Il castello di Trezzo di Giovanni Battista Bazzoni e la Battaglia di Benevento di Francesco Domenico Guerrazzi”[4].

Si riporta ad uso degli studiosi il testo integrale del decreto reale del 25 aprile 1800 con cui Ferdinando IV decise di sciogliere i Sedili di Napoli, antichissima espressione dell'autonomia cittadina partenopea. Silvio Vitale lo definì "l'atto più antitradizionale della monarchia borbonica".

 

FERDINANDO IV.

LA GRAZIA DI DIO RE DELLE SICILIE, DI GERUSALEMME, ECC. , INFANTE DI

SPAGNA, DUCA DI PARMA, PIACENZA, CASTRO ec. ec. GRAN PRINCIPE. EREDITARIO DELLA TOSCANA ec. ec. ec.

 

La nobiltà di ogni ben regolata monarchia ne forma il più saldo appoggio, ed il miglior sostegno, come il più glorioso lustro, quando ha per base della sua condotta la fedeltà, ed il valore, ed a questi sublimi oggetti debbono unicamente tendere tutte le istituzioni, che rendono nelle Monarchie il corpo de’ Nobili distinto, ed illustre tra i differenti ordini dello Stato. Quindi con massima pena dell’animo Nostro abbiamo Noi veduto nelle passate circostanze, che i Sedili, o siano Piazze della Città di Napoli, siano rimaste in una totale  sulla sorte dello Stato, ed abbiano confidato, ed abbandonato le loro facoltà in mano ad un drappello di giovinastri corrotti, e senza nessuno attaccamento alla causa di Dio, e Nostra, lasciandoli, com’è notorio, attentare i primi alla Nostra Suprema Autorità, senza opporsi all’usurpazione da essi fatta di quella potestà, che il Nostro Vicario Generale unicamente, e legittimamente da Noi teneva. E quantunque gli Eletti, e Deputati dopo aver già criminosamente di molto oltrepassati i confini delle loro incumbenze, mossi forse da un mo­mento di rimorso, e imbarazzati dalle circostanze, avessero data alle Piazze la di loro rinun­zia, queste nondimeno non vollero accettarla, confermando così la rivolta, e la sedizione di essi Eletti, e Deputati, quando che era in libertà delle Piazze di accettar una tale rinunzia, e di scegliere, e proporre coloro, che fossero di un riconosciuto attaccamento, alla Religione, ed al Trono. Anzi doveano le Piazze, subito che ravvisarono il trascorso degli Eletti, e De­putati, rivocare ogni facoltà loro concessa, e venire alla nuova elezione, e proposta di soggetti probi, e fedeli. 

Entrando nella bella chiesa di San Domenico in Benevento non può passare inosservato un monumento sepolcrale dedicato al generale francese Charles-Antoine Manhés, che non risulta abbia mai messo piede da vivo e da morto nella città. Si tratta infatti di un solenne quanto semplice cenotafio (vale a dire, una tomba senza bara perché deriva dai termini greci κενός che sta per “vuoto” e τάφος che significa “tomba”) alla stessa maniera della fiorentina Santa Croce ove ammiriamo il ricordo marmoreo di Dante Alighieri: il padre della lingua italica riposa in Ravenna mentre i resti dell’ufficiale napoleonico probabilmente sono confusi tra le vittime di un’epidemia colerica nel territorio partenopeo e, date le circostanze del decesso, il cadavere non avrebbe mai potuto attraversare il Regno delle Due Sicilie e superare il confine dello Stato Pontificio. Lo conferma anche la dedica fatta porre sul sepolcro dalla figlia Maria Luisa.

Sacra miscere profanis. Compenetrare il piano ecclesiastico con quello laico. Ad Dei atque Regni majorem gloriam. Per le migliori fortune della Chiesa e della Nazione. Ecco il succo del disegno politico che in materia religiosa caratterizzava nel Settecento lo Stato di Napoli, dalla sua capitale fino alle terre più lontane[1]. Il diciottesimo secolo – “tempo eroico” della storia partenopea, per dirla con il Tanucci[2] – si apriva con l’avvento di una dinastia intimamente connessa al popolo ma si chiudeva con la tragica avventura di una repubblica forgiata da validissimi uomini, tuttavia colpevoli di aver sposato un’ideologia assolutamente estranea al tessuto sociale del luogo. Arturo Carlo Jemolo sosteneva che “l’ordito della storia è dei più complicati; dottrina e pratica, teoria ed azione sono sempre mescolate… e pertanto non poteva non darsi una certa propensione per quegli scrittori giurisdizionalisti che osteggiavano l’assolutismo papale e per quei riformisti, sul terreno economico sociale e politico, che restavano inascoltati dai monarchi”[3]. Il tutto sollecitato da una ventata religiosa imprevista e autentica quale era il verbo del giansenismo[4]. Per questi motivi, re Carlo di Borbone[5], che intuiva la novità dei tempi pur senza dominarla, puntava il suo obiettivo sul progresso economico e civile, tuttavia senza poter contare su strutture politico-sociali in grado di sostenere finalità etiche; l’impatto tra spirito progressista e spirito conservatore accentuava le differenze e provocava danni irreparabili per il futuro dei cittadini napoletani.

Elevato a simbolo della città, l’Arco di Traiano a Benevento esprime una stretta simbiosi con la gente del Sannio forgiando un aggregato senza pari in termini culturali e iconografici. E ciò appare qualcosa di meraviglioso, avendo resistito all’incuria del tempo e alle manomissioni umane da ben diciannove secoli. La sua squadrata architettura - composta da marmi colonne intarsi bassorilievi e trabeazioni - non accusa alcuna pesantezza ma offre una visione e un senso di staticità da cui si sprigionano forza e bellezza. Un’opera d’arte straordinariamente positiva, sintesi di valori che non periscono mai. Si tratta davvero di un’autentica espressione di civile ragguaglio[1]. Non a caso, con l’icastica semplicità dell’autentico studioso, Giovanni de Nicastro, così inquadrava il monumento: Et quod maximum Benevento decus superaddit, ac ornamentum, id est ... celebrem Arcum, Auream Portam noncupatum, nobile trophaeum, quod usque adhuc Civium ac exterorum admirationem sibi vendicat[2]. Mentre un altro beneventano appassionato di cose antiche, Giovanni de Vita, aggiungeva: Digna profecto res, atque omnibus jamdiu exoptata, ut singolare opus, quod pretio suo vere auro contra estimando, jure meritoque Porta Aurea nomen sibi peperit on universo tandem terrarum Orbe spectandum, suspiciendumque se praebeat[3]. 

Era da pochi anni terminata la dominazione borbonica di Benevento (1768-1774), avutasi con l’ingresso delle truppe di Ferdinando IV nella città pontificia e dovuta alla contesa tra corte borbonica e Santa Sede a proposito della soppressione della Compagnia di Gesù, quando ulteriori venti di cambiamento istituzionale ripresero a soffiare sul Sannio.

Alla fine del Settecento la popolazione era di circa 14.000 abitanti per il capoluogo, di 6.000 nel resto del territorio (molto inferiore all’attuale provincia, praticamente poco più dell’attuale territorio comunale). La principale produzione consisteva in grano e tabacco, oltre alla orticoltura che rendeva pressoché autosufficiente il Ducato, retto da un Governatore prelato e da 24 consoli (otto dei quali in carica a turno per sei mesi, cosicché ogni 2 anni tutti erano stati in carica ed il consiglio veniva cambiato) scelti non più tra le quattro categorie medioevali (nobili, mercanti, artisti e agricoltori) ma, dalla seconda metà del secolo XVIII, tra patrizi, nobili viventi, probiviri e benestanti, civili e letterati. Le esenzioni fiscali facevano mancare veri antagonismi nell’amministrazione.