Beneventum. In lingua Latina Antiquitatis vestigiae Collegium Praesidis narratio.

Il latino non è lingua morta e riesce ancora a suscitare curiosità e interesse. Per tale motivo, nell’ultimo incontro 2018  dell’Archeo Club di Benevento, il presidente del sodalizio Giacomo de Antonellis, scrittore e appassionato di storia locale, ha fatto ricorso all’idioma dei nostri padri per ricordare le iniziative svolte durante l’anno e indicare nuove strade per fronteggiare il difficile futuro. Egli ha anche spiegato che usare oggigiorno il latino significa, parafrasando uno scrittore dei nostri tempi, “fare esperienza di un mistero, vivere una sorta di meraviglia, entrare a contatto con un evento atavico e superiore, che dimostra l’immensa potenza del dire in quanto dire” ed ha aggiunto di voler spiegarsi in termini essenziali come proponeva a suo tempo un antico saggio: In studiis melius est res ipsas intueri et harum causa loqui... aliquid simplici stilo scribere; minore labore opus est studentibus in diem. Vale a dire: “Nell’approfondimento delle idee è meglio guardare alla stessa sostanza e parlare a ragione di queste… esporre ogni cosa in stile semplice perché coloro che sono impegnati negli studio necessitano di minore elaborazione” (Seneca, De tranquillitate animi, 1, 14). Riprendiamo il verbale dell’assemblea dei soci in data 12 dicembre 2018.

Ecco una sintesi dell’intervento di Giacomo de Antonellis nell’originale e nella traduzione italiana.

Appartenente a famiglia solidamente radicata in Benevento, Raffaele Collenea Isernia era figlio del conte Liberatore e della nobile Beatrice Coscia dei duchi di Paduli. Crebbe nella casa avita assieme al fratello Gino e alle sorelle Carmen e Maria Immacolata (in famiglia chiamata Ima) rimaste nubili, donne dotate da grande spirito di generosità e di solidarietà verso il prossimo. Per gli studi, i figli furono inviati a Roma per frequentare il Collegio Massimo dei padri Gesuiti a Termini e il Collegio di Santa Dorotea in viale Manzoni (in estate villeggiavano a Poggio Imperiale di Firenze oppure alla Pace Vecchia).

Nel primo secolo dopo Cristo scoppiò all’improvviso il culto delle divinità egizie che l’imperatore Tito Flavio Domiziano (romano, 51-96 d.C., che si era autoproclamato dominus et deus, signore e divinità) volle imporre soprattutto per emarginare quei cittadini (ebrei e cristiani) che ostentavano senza alcun timore il loro monoteismo. In questa fase veniva eretto a Benevento, negli anni 88-89 d.C., un santuario dedicato a Iside, e ciò introduceva un evento assolutamente originale per la gente  del Sannio che praticava in massima parte culti pagani diversi da quelli romani. La novità faceva accorrere dall’intera regione folti gruppi di pellegrini che visitavano questo tempio, straordinario per magnificenza e originale per offerta religiosa. Ciò non comportava adesione ai riti ma spirito di curiosità. Il culto isiaco si era insediato da tempo in vari punti di Roma, pur tra mille opposizioni, culminati nel bando del Senato che nel 64 a.C. ne aveva proibito l’esercizio pubblico in città: probabilmente per tale motivo gli interessi dei seguaci dovettero spostarsi altrove come documentano le collezioni del Museo archeologico di Fiesole per l’area toscana e del Museo nazionale di Napoli per le scoperte di Pompei. Ovunque la figura della divinità egizia appariva quasi una versione esotica di alcune venerate espressioni della tradizione pagana quali Cibele simbolo di fecondità, Era-Giunone protettrice della maternità, Demetra-Cerere madre della terra e Afrodite-Venere dea dell’amore.