La Noce Maga di Nicolò Piperno

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La casa editrice D'Amico di Nocera Superiore (Salerno) ha appena pubblicato La noce maga di Benevento, dramma seicentesco di Nicolò Piperno, a cura di Gianandrea de Antonellis.

Pubblichiamo di seguito l'introduzione del curatore, ringraziando la casa editrice per la cortese concessione.

La vicenda narrata nel seicentesco dramma La noce maga di Benevento ha un solido fondamento storico, basato sulla Historia Langobardorum (789) di Paolo Diacono (720 ca. - 799), da cui proviene la vicenda dell’assedio (avvenuto nell’anno 663) e l’episodio eroico di Sessualdo; e sull’anonima Vita Barbati (IX secolo) che riporta (come avvenimenti separati) l’abbattimento della noce e la distruzione del simulacro della vipera.

Come racconta Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum [1], nel 663 l’imperatore bizantino Costante II sbarca a Taranto deciso a conquistare la Penisola. Conquista e distrugge Lucera, ma non riesce a prendere Acerenza. Si rivolge allora contro Benevento, assediandola. Il giovane Romualdo invia il suo aio Sessualdo a Pavia per chiedere aiuto al padre, il Re Grimoaldo, il quale subito si muove verso la Langobardia Minor. Il viaggio vede la defezione di vari soldati, timorosi che Grimoaldo voglia rimanere definitivamente a Benevento. Intanto la città sannita subisce i pesanti attacchi bizantini. Quando Sessualdo, inviato in avanscoperta da Grimoaldo, viene catturato dagli asse­dianti, Costante gli impone di far sapere a Romualdo che il padre gli ha negato ogni aiuto militare. 

Ma non fa i conti con l’eroismo di Sessualdo, che invece svela la vicinanza dell’esercito longobardo, giunto al fiume Sangro, anche conscio che questo gesto gli costerà la vita. Sessualdo sarà decapitato e la sua testa, lanciata all’interno delle mura di Benevento, sarà ricoperta dalle lacrime del Duca e onorata con la sua corona. Il coraggio di Sessualdo non è stato vano: l’imperatore Costante toglie l’assedio e si dirige verso Napoli. Un generale greco, Saburro, si scontrerà presso Forino[2] contro l’esercito longobardo, riportandone una dura sconfitta e facendo cessare i sogni di Costante di stabilirsi nella Penisola italica: si trasferirà in Sicilia, dove si farà odiare dalla popolazione per le tasse imposte, finendo per essere ucciso da una congiura nel 668[3].

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La seconda fonte utilizzata da Piperno è la Vita Barbati[4]: uno scritto distante dai tipici canoni agiografici, perché, anziché parlare della vita di S. Barbato, si incentra quasi esclusivamente sulla conversione di Romualdo.

Piperno segue attentamente le sue fonti, anche se non pedissequamente: nel testo medioevale l’abbattimento dell’albero e la distruzione del simulacro della vipera sono episodi distinti; nel dramma seicentesco sono sostanzialmente riuniti e, per di più, la pia Teodorinda è già moglie di Romualdo al tempo dell’assedio, mentre le cronache riportano che ella sposò il Duca beneventano alla fine delle ostilità[5]. Inoltre lo scrittore tralascia l’episodio della concessione in ostaggio della sorella di Romualdo, Gisa[6], e, soprattutto, quello dell’apparizione della Madonna sulle mura di Benevento[7].

L’elemento che viene pienamente rispettato, invece, è quello del ruolo che – non solo nella Vita medioevale, ma anche nella mentalità dello scrittore controriformista – deve avere l’uomo di Chiesa rispetto alla vita della società in cui opera. Per l’uno e per l’altro «il vir Dei ricopre una funzione civile fondamentale, fungendo da polo d’attrazione per la comunità che intorno a lui si raccoglie e in lui riconosce»[8].

Alla fondamentale funzione “verticale” del rapporto con Dio, si affianca (formando una immaginaria croce) la funzione “orizzontale” all’interno della comunità in cui l’uomo di Dio vive.

Barbato si occupa delle anime che gli sono state affidate e, di conseguenza, si preoccupa della vita quotidiana delle sue pecorelle. La religiosità del suo gregge è strettamente legata alla vicenda bellica, quasi una prova che Dio ha mandato per spingerlo alla completa conversione.

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Sulla Noce maga scrive Benedetto Croce, tra i pochi che si sono interessati a questo lavoro:

È un dramma sacro, verseggiato in parte sul modello dei drammi pastorali e in parte su quello delle comedias de santos spagnuole; e sceneggia tutta la storia tradizionale. già narrata nel libretto di suo padre, variandola con episodi di amore e con episodi comici. La parte comica è sopratutto tenuta da “Don Micco Cuosemo. Napole­tano”, gentiluomo di corte e allora ricoverato nell’asilo di Benevento per un reato commesso; il quale ripete il tipo comico del napoletano, sorto nella commedia cinquecentesca. Nel dramma è variamente adoprato ora a farlo girare pel campo che assedia Benevento come spia militare, ora a condurlo in mezzo a un conciliabolo di streghe sotto la noce, dove dal diavolo Astarot è trasformato in asino parlante.[9]

Croce fa riferimento al rifugio «nell’asilo di Benevento»: per secoli la città sannita sarebbe stata una “zona franca” all’interno del Regno di Napoli, in quanto enclave pontificia. Benevento divenne a lungo luogo di ricetto di banditi e gentiluomini che avevano problemi più o meno momentanei con la giustizia partenopea[10]. In questo caso, però, si tratta di una svista dell’illustre studioso, in quanto tale situazione, effettivamente usuale ai tempi in cui l’opera fu redatta, non era certo proponibile in epoca longobarda: la fuga dalla Napoli ducale (e dalla sua giustizia) poteva fermarsi in qualsiasi luogo al di fuori del Ducato napoletano (quindi anche a Capua) e non imponeva di raggiungere necessariamente la città sannita, che ancora non era divenuta enclave pontificia (lo sarebbe diventata definitivamente solo dopo la celebre battaglia che si svolse nelle sue vicinanze, il 26 febbraio 1266).

Quanto alla lingua utilizzata dal personaggio buffo napoletano, è stato fatto notare – con particolare riferimen­to al termine arrequaquiglia del verso finale del dramma – che essa sarebbe

Una esemplificazione del nostro [beneventano] antico dialetto unica per tante voci (non sbrano vocaboli di una lingua straniera?) che sono completamente scomparse dalla nostra parlata, in un arco relativamente breve di tempo e senza l’apporto di circostanze straordinarie, per cui non è possibile stabilire un critico esame com­para­tivo tra la terminologia del passato e dell’attuale dialetto.[11]

In realtà, essendo il personaggio un Napoletano momentaneamente dimorante a Benevento, il dialetto dovrebbe essere quello partenopeo e non quello sannita.

Infine va notato che l’opera – presumibile per la rappresentazione in chiesa – fu dotata di un imprimatur, concesso il 17 febbraio 1682 in seguito al nihil obstat del precedente 13 gennaio, firmato dal barnabita Felice Ronchi (incaricato il 1° dicembre 1681 da Mons. Stefano Menatto, vicario generale dell’Arcivescovo di Napoli, il Cardinal Innico Caracciolo).

Il testo è dedicato al cardinal Gastaldi[12], allora Arcivescovo di Benevento, sulla cui cattedra gli sarebbe succeduto fra’ Vincenzo Maria Orsini, già Duca di Gravina, il futuro papa Benedetto XIII.

Gianandrea de Antonellis



[1] «Igitur cum, ut diximus, Constans Augustus Tarentum venisset, egressus exinde, Beneventanorum fines invasit omnesque pene per quas venerat Langobardorum civitates cepit. Luceriam quoque, opulentam Apuliae civitatem, expugnatam fortius invadens diruit, ad solum usque prostravit. Agerentia sane propter munitissimam loci positionem capere minime potuit. Deinde cum omni suo exercitu Beneventum circumdedit et eam vehementer expugnare coepit; ubi tunc Rumuald, Grimualdi filius adhuc iuvenulus, ducatum tenebat. Qui statim ut imperatoris adventum cognovit, nutricium suum nomine Sesualdum ad patrem Grimualdum trans Padum direxit, obsecrans, ut quantocius veniret filioque suo ac Beneventanis, quos ipse nutrierat, potenter succurreret. Quod Grimuald rex audiens, statim cum exercitu filio laturus auxilium Beneventum pergere coepit. Quem plures ex Langobardis in itinere relinquentes, ad propria remearunt, dicentes, quia expoliasset palatium et iam non reversurus repeteret Beneventum. Interim imperatoris exercitus Beneventum diversis machinis vehementer expugnabat, econtra Romuald cum Langobardis fortiter resistebat. Qui quamvis cum tanta multitudine congredi manu ad manum propter paucitatem exercitus non auderet, frequenter tamen cum expeditis iuvenibus hostium castra inrumpens, magnas eisdem inferebat undique clades. Cumque Grimuald, eius pater, iamque properaret, eundem nutricium eius, de quo praemisimus, ad filium misit, qui ei suum adventum nuntiaret. Qui cum prope Beneventum venisset, a Grecis captus imperatori delatus est. Qui ab eo unde adveniret requirens, ille se a Grimualdo rege venire dixit eundemque regem citius adventare nuntiavit. Statimque imperator exterritus, consilium cum suis iniit, quatenus cum Romualdo pacisceretur, ut Neapolim possit reverti. Acceptaque obside Romualdi sororem, cui nomen Gisa fuit, cum eodem pacem fecit. Eius vero nutricium Sesualdum ad muros duci praecepit, mortem eidem minatus, si aliquid Romualdo aut civibus de Grimualdi adventu nuntiaret, sed potius asseveraret, eundem venire minime posse. Quod ille ita se facturum ut ei praecipiebatur promisit; sed cum prope muros advenisset, velle se Romualdum videre dixit. Quo cum Romuald citius advenisset, sic ad eum locutus est: «Constans esto, domine Romuald, et habens fiduciam noli turbari, quia tuus genitor citius tibi auxilium praebiturus aderit. Nam scias, eum hac nocte iuxta Sangrum fluvium cum valido exercitu manere. Tantum obsecro, ut misericordiam exhibeas cum mea uxore et filiis, quia gens ista perfida me vivere non sinebit». Cumque hoc dixisset, iussu imperatoris caput eius abscisum atque cum belli machina quam petrariam vocant in urbem proiectum est. Quod caput Romuald sibi deferri iussit idque lacrimans obsculatus est dignoque in loculo tumulari praecepit. Metuens igitur imperator subitum Grimualdi regis adventum, dimissa Beneventi obsidione, Neapolim proficiscitur. Cuius tamen exercitum Mitola Capuanus comes iuxta fluenta Caloris fluminis in loco qui usque hodie Pugna dicitur vehementer adtrivit.» Paolo Diacono, Historia Langobardorum, V, 7-9.

[2] Historia Langobardorum, V, 10.

[3] Ivi, V, 11.

[4] Vita di Barbato, a cura di Marina Montesano, Pratiche, Parma 1994

[5] Ivi, V, 25.

[6] Historia Langobardorum, V, 8.

[7] Vita Barbati, 6.

[8] Marina Montesano, Introduzione a Vita di Barbato, cit., p. 9-10.

[9] Benedetto Croce, Un dramma sulla Noce di Benevento. Noterelle e appunti di storia civile e letteraria napoletana del Seicento, «Archivio Storico Province Napoletane», 1925, p. 25-35:31.

[10] Echi letterari torneranno di ciò anche nella commedia di Carlo Goldoni, Il cavaliere e la dama (1749). Cfr. anche la mia introduzione a Jan Potocki, Storia di Zoto, a cura di Gianandrea de Antonellis, Colonnese, Napoli 2006.

[11] Giovanni Giordano, Il dramma si conclude, in Idem, Aspetti di vita beneventana nei secoli XVII-XVIII, Realtà Sannita, Benevento 1999, p. 160-167:167n. La nota in questione è l’unico commento fatto da mons. Giordano alla riproposizione della scena conclusiva dell’ultimo atto del dramma, posta in appendice ad un volume in cui raccoglie alcuni suoi interventi di storia locale. La lettura di questo estratto (che risale a un quarto di secolo fa) è stata la causa prima che mi ha spinto a riproporre il dramma di Nicolò Piperno.

[12] Girolamo Gastaldi (Taggia, 1616 - Roma, 8 aprile 1685), nato Marchese di Serra Nova, Arcivescovo di Benevento dal 1680 alla morte. Il 15 gennaio 1685, tre mesi prima di morire, divenne Camerlengo del Sacro Collegio dei Cardinali.

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