Giacomo de Antonellis

Giovanni Francesco Coppola beneventano, chi era costui?

Per pura casualità, nel corso di letture sparse sulla vita sannita, ci siamo imbattuti in una pubblicazione con polvere di quasi tre secoli (datata 1743 per l’esattezza) che però ha suscitato un’immediata attenzione grazie all’accattivante titolo: Poema eroico ed istorico in lode della Città di Benevento. Un testo di vago coinvolgimento nel quale sono assemblati eventi, tempi, persone, riti e costumi tratti dalla realtà come dalla fantasia. Di qui un’immediata curiosità che ci ha spinto a cercare particolari del tessuto letterario e il quadro biografico dell’autore siglato sul frontespizio, vale a dire tale Giovanni Francesco Coppola, nome peraltro di scarsa reperibilità nei repertori poetici e nelle antologie letterarie del recente passato. Lo stesso cognome indicava l’appartenenza degli avi ad una categoria di produttori o mercanti di un capo d’abbigliamento, escludendone la provenienza da elevate schiatte. Una figura di livello marginale, insomma, tanto da essere ignorata nelle antiche cronache e risultare altrettanto trascurata dalla moderna critica.

Era un pomeriggio domenicale e il tè aveva abbondantemente superato i cinque minuti di infusione. La dottoressa Angeli poggiò sul tavolino il romanzo di Ray Bradbury e si versò una tazza di Irish Afternoon, che macchiò con abbondante latte e addolcì con due cucchiaini colmi di zucchero. Dopo aver bevuto alcuni sorsi si alzò dalla poltrona per dirigersi verso la finestra. Il tempo era oscuro – ella adorava il grigiore del cielo e delle nuvole – e le foglie cadute dai rami sul selciato venivano spazzate dal vento, unico movimento nella via deserta.

Contemplò il volume sul tavolino: quante volte lo aveva letto! Conosceva quasi a memoria alcuni passaggi, tanto che se le capitava di scorrerlo durante il crepuscolo era capace di continuare anche quando il buio era calato – un po’ come Cirano con la lettera di Rossana – per non doversene staccare mentre andava ad accendere la luce.

Disceso da un treno proveniente da Milano via Roma, el scior Barometro Battistino si guardò attorno nella speranza di assistenza. Niente. La banchina numero 3 era ormai deserta. Allontanatisi i pochi e frettolosi viaggiatori si era dileguato anche il ferroviere di servizio. Il bagaglio non era pesante; ma notando un ascensore il viaggiatore pensò di utilizzarlo premendo più volte il pulsante ahimè senza riscontro. Di animo sereno e di fisico prestante – lumbard integrale – stimò possibile scendere e salire con le scale. Uscì all’esterno quando ormai imbruniva e soprattutto pioveva: forte del proprio cognome, l’imprevisto non lo turbava. Vide una rigogliosa fontana e si consolò, vide un paio di clochard sdraiati sotto la pensilina e si commosse, vide una generosa pubblicità di liquori e si rianimò. Purtroppo non scorse alcun mezzo di locomozione. Cercò allora un approccio con l’ufficio informazioni con esito negativo. Un edicolante gli spiegò che sì, un tempo, autobus e taxi stazionavano sul piazzale ma ciò era cessato perché la nuova urbanistica privilegiava l’estetica effimera rispetto ai servizi necessari: con gentilezza gli indicò poi un strada laterale dove (forse) avrebbe trovato un’auto pubblica e magari (nonostante l’orario) persino un autobus di linea.

Quel sabato mattina il cielo grigio non rendeva giustizia alla bellezza dei passaggi che don Pedro Cucaracha attraversava per recarsi, come ogni mese, in una cittadina campana per tenere una conferenza ai membri del gruppo di preghiera laicali “Il Tuo Regno”. Il sacerdote, di origini messicane, era un influente membro dei Missionari della Mistica (qualcuno, incespicando nel concetto, masticava Mistificazione), nonché rettore di un istituto universitario capitolino di recente costituzione, ed era uso sottolineare la propria autorevolezza portandosi dietro, in quel viaggetto che durava praticamente un’intera giornata, una piccola “corte”, di cui i più assidui erano don Gabriele Faraona ed il professor Pietro Sorbetti.