In vino veritas

Scritto da  Luigi Vinciguerra

Quel sabato mattina il cielo grigio non rendeva giustizia alla bellezza dei passaggi che don Pedro Cucaracha attraversava per recarsi, come ogni mese, in una cittadina campana per tenere una conferenza ai membri del gruppo di preghiera laicali “Il Tuo Regno”. Il sacerdote, di origini messicane, era un influente membro dei Missionari della Verità: potente – ancorché chiacchierata – congregazione sacerdotale messicana, da cui dipendeva un istituto universitario capitolino di recente costituzione di cui don Pedro era rettore. Anzi, per sottolineare la propria autorevolezza, era uso portarsi dietro, in quel viaggetto che durava praticamente un’intera giornata, una piccola “corte”, di cui i più assidui erano don Gabriele Faraona ed il professor Pietro Sorbetti.

 Ambedue, però, cercavano sempre di sottrarsi a quella sgradita corvée: il primo coltivava un vizio segreto consistente nel chiudersi in casa e vestirsi da donna e quindi non vedeva di buon occhio la prospettiva di perdere l’intero giorno del sabato, l’unico della settimana in cui poteva dedicarsi alla sua mania preferita. Il secondo, invece, era un vecchio sputasentenze, un nano malevolo e pieno di sé che aveva girato tutti i partiti possibili e dall’estrema sinistra era giunto ad approdare al mondo conservatore che, data la sua congenita sudditanza culturale, lo aveva accolto a braccia aperte. In passato, dopo essere stato un infiltrato del Pci nel maggiore partito cattolico, era sopravvissuto ricattando gli ex “amici” democristiani per mantenersi a galla. Ma per farsi nominare docente in virtù di pretesi “meriti straordinari” presso l’università romana retta da don Pedro non aveva dovuto minacciare la divulgazione di segreti nascosti: gli era bastato far leva sul senso di inferiorità che caratterizzava il mondo dei cosiddetti “conservatori”. Ad ogni modo Sorbetti non gradiva recarsi nella cittadina campana, dove non riusciva a fare la parte del “gallo nel pollaio”, data la presenza nel gruppo di preghiera di altri docenti universitari che non potevano non oscurarlo e, di conseguenza, sottrargli quell’attenzione da cui sembrava dipendere.

Infatti il composito gruppo che don Pedro stava recandosi a trovare era nato intorno a tre elementi del tradizionalismo locale, chiamati ad insegnare a Roma presso l’università quando questa era stata fondata, mai poi messi “momentaneamente” da parte. “Momentaneamente”, perché don Pedro continuava ad assicurare loro che, nel giro di pochi mesi, si sarebbe aperta una gemmazione dell’università a Napoli e tutti e tre sarebbero stati immediatamente chiamati ad insegnarvi.

«Anzi – aveva sottolineato il sacerdote in un paio di recenti visite – questa mattina non vengo direttamente da Roma, ma da Napoli, perché sono stato a trovare il Cardinale, che mi ha assicurato pieno appoggio ed ha già trovato il sito adatto: un ex collegio dei Padri Somaschi attualmente vuoto. Abbiamo fatto un giro nella struttura e presto, forse anche la settimana prossima, cominceranno i lavori per adattarla alle nostre esigenze». Ma i mesi passavano e l’accordo con la curia sembrava non essere mai definito.

I tre tradizionalisti della cittadina campana erano fatti di diversa pasta: il più radicato nella realtà locale, Arrigo Gusano, era il vero perno del gruppo “Il Tuo Regno”, in realtà formatosi intorno al suo precedente gruppo di preghiera “Le Tre Vie”, che a sua volta era la continuazione di un’esperienza di meditazione, aperta anche ad animi religiosamente più tiepidi, denominata “La Spada”.

Il secondo era Gianluigi Vinciguerra, che lo seguiva a ruota, essendo privo di seguito. Si era da poco trasferito in Campania, ma non era questo il motivo dei suoi pochi contatti locali: anche se vi avesse vissuto fin dalla nascita, sarebbe stato lo stesso, con la sua testa perennemente tra le nuvole e la sua accanita passione per la bibliofilia. Inoltre, da decenni non comprava più i giornali, preferendo destinare i propri risparmi all’acquisto di volumi: di conseguenza s’interessava solo di storia e di letteratura, chiuso nella biblioteca di cui andava molto fiero, dispregiando la politica e la cronaca, che gli apparivano meschine e volgari. Dal punto di vista ideale, dopo aver per anni sognato la restaurazione del Regno delle Due Sicilie, aveva negli ultimi due lustri modificato radicalmente le proprie posizioni: ora vagheggiava il ritorno al Viceregno ispanico… Era uno dei possibili frutti delle letture evoliane che aveva coltivato nella sua tarda gioventù: si sentiva tanto duro e puro da non poter fare alcunché per incidere concretamente nella realtà.

Norberto d'Astra, invece, era un uomo pratico: pur venendo dallo stesso ambiente culturale di Gianluigi, aveva rifiutato l’astrazione evoliana per fondarsi sul cristianesimo tradizionale. Avendo mantenuto un contatto diretto con la realtà, sapeva riconoscere le persone e sapeva trattarle senza farsi prendere per il naso. Si era anche impegnato in politica, ma aveva saputo immediatamente rendersi conto della scarsa qualità di coloro che facevano parte del gruppo che lo aveva contattato e, di conseguenza, se ne era allontanato. Era stato però cooptato da Gianluigi in un’associazione culturale promossa da don Pedro: era nata così “Zenit”, che nelle intenzioni doveva essere il volto “laico” del gruppo “Il Tuo Regno”. Un po’ come “La Spada” lo era rispetto alle “Tre Vie”: un mezzo per aprirsi al mondo dei non credenti (o non praticanti). I tre avevano anche creato una fondazione di alto livello scientifico, una Società Storica che però aveva avuto al proprio attivo solo un grande convegno, risalente ormai a quasi dieci anni prima. Per il resto: silenzio.

Così, nella graziosa cittadina, coesistevano ben due gruppi religiosi tradizionalisti, due associazioni culturali conservatrici, una fondazione scientifica ed un gruppo politico “reazionario” (a cui si affiancavano almeno altre due sigle della stessa area). Peccato che, a ben guardare, fossero sempre le stesse sei o sette persone (per non dire due o tre) a farne parte. Se fosse stata indetta una riunione congiunta di tutte le varie sigle, il numero delle associazioni avrebbe rischiato di superare quello degli attivisti: la domenica, durante la messa in rito antico che avrebbe dovuto riunirli quasi tutti, questa triste realtà era ben constatabile…

Tornando a don Pedro Cucaracha ed alla sua gita (più che missione) mensile, va detto che costui aveva istituito una “tradizione”: ogni volta si faceva ospitare da uno dei membri romani del gruppo, generalmente presentandosi – senza avvertire in precedenza – in compagnia (di solito non gradita) di qualche altro ospite, spesso don Faraona, più di rado Sorbetti oppure qualche altro confratello. I commensali “a sorpresa” – come quelli di manzoniana memoria – giustificavano la propria presenza assentendo vistosamente alle affermazioni di don Pedro: «L’università a Napoli è più che una certezza: è un realtà! Apriremo una, no… due, anzi: tre facoltà! Faremo Scienze Politiche nel capoluogo di regione, Scienze Infermieristiche presso quel bel santuario mariano – il vescovo del luogo mi ha pregato di rilevare l’ex scuola dei Barnabiti – e qui, nella vostra città – l’arcivescovo me lo ha confermato un’ora fa – Lettere e Filosofia! Vediamo: lei, Arrigo, potrebbe diventare Preside di Facoltà. Poi apriremo anche una scuola superiore: le piacerebbe, Arrigo, esserne il Preside? Benissimo: potremmo assumere anche sua moglie e i suoi figli!».

Quando si trova a casa di Norberto o di Gianluigi, la musica non cambiava, solo il vocativo e qualche attribuzione. Cattedre e posti di lavoro erano assicurati a tutti, dai tre aspiranti docenti a coloro che erano desiderosi di trovare una sistemazione qualunque. Anche a chi, all’interno del gruppo di preghiera, aveva già un lavoro, veniva prospettato un impiego di maggior prestigio e remunerazione.

Quel sabato “toccava” a Norberto ospitare il religioso. La moglie gli aveva imposto un invito al ristorante: «Sono arcistufa di cucinare per quegli scrocconi e mi fa senso quel viscido di don Faraona (beh, non è che gli altri siano da meno). Per favore, inventa una scusa, di’ che non sto bene, che sono dovuta andare dai miei… di’ quello che vuoi, ma portali a mangiare fuori da qui. E da solo: ovviamene io non voglio venire».

All’appuntamento Norberto ebbe una piacevole sorpresa: don Pedro non era accompagnato. La situazione avrebbe permesso all’ospite di sondare con maggior agio alcuni punti della situazione napoletana. Diffidente per natura, nella settimana precedente Norberto aveva fatto una breve indagine, telefonando in Curia ed appurando che don Pedro non aveva avuto alcun appuntamento con il Cardinale negli ultimi mesi. Non contento di ciò, si era recato al Vomero, dove aveva potuto vedere l’imponente struttura dell’ex collegio dei Padri Somaschi sì abbandonata dai loro fondatori, ma per nulla pronta ad ospitare i Missionari della Verità. Non un cenno di lavoro recente, non un ponteggio, non un cartello che indicasse lavori in procinto di iniziare… Chiese alla gente che abitava nelle vicinanze e la risposta fu sempre la stessa: nessuno era entrato nel palazzo da almeno dieci anni. Glielo confermò pure il portiere dello stabile di fronte, un’ottima fonte.

Per maggior sicurezza, si recò in Curia. Non voleva certo scomodare il Cardinale, ma forse il suo segretario gli avrebbe dato qualche notizia. Anche questi era occupato e Norberto aspettò un paio di ore con pazienza (del resto, si era presentato senza preavviso). Così gli capitò di ascoltare un’interessante conversazione telefonica – o meglio sentì quello che diceva la telefonista, una donnetta dalla voce acuta che giungeva attraverso la porta della segreteria:

– No, don Pedro, come glielo devo dire? Non c’è! E non lo so quando torna! Ma gliel’ho già detto! Vi faccio richiamare io! E lo so che è da due settimane che… e vuol dire che è stato occupato! Va bene, va bene…

Una volta messa a posto la cornetta, la donna si sfogò con una inserviente che era intanto entrata nella stanza, lasciando aperta la porta:

– E non se ne può più! Questo chiama ogni giorno! E ancora non l’ha capito che se non lo richiamano è perché non vogliono, non perché non possono? Sì, gli hanno detto che volevano aprire l’università, ma prima che ci fosse lo scandalo del loro fondatore…

Poi ci fu una pausa, seguita da una salace battuta che non poteva essere farina del sacco della donna, ma che evidentemente doveva circolare in Curia:

– Sai come li chiamavano, i Missionari della Verità? Figurati: Milionari dell’Avidità! E mo’ è venuto anche fuori che non solo sono dei ricconi: sono pure dei ricchio… – e terminò la frase sbottando in uno sgangherato scoppio di risa che rimbombò, amplificato da quelle volte un tempo austere.

Norberto decise di alzarsi e andarsene: non solo rischiava di perdere il treno, ma aveva già sentito molto più di quanto avesse sperato. Se anche fosse stato ricevuto dal Segretario, non gli avrebbe cavato più di qualche oscuro e diplomatico «la situazione è al vaglio…», «da parte nostra c’è tutto l’interesse…», «l’emergenza educativa impone sicuramente…», «noi faremo di tutto per promuovere…».

*          *          *

Il laico ed il sacerdote si accomodarono nel ristorante di fronte all’arco romano che era il simbolo della cittadina. Padre Pedro attaccò quasi subito con un «Vengo da Napoli: ottime notizie per la gemmazione dell’università. Il Cardinale mi ha voluto vedere». Norberto comprese che di fronte a tale faccia tosta sarebbe stato inutile porre domande e cambiò argomento, parlando del più e del meno. Ma volle compiere un esperimento: in vino veritas, si diceva, e forse una mezza bottiglia avrebbe sciolto la lingua al suo ospite.

Fece scegliere all’altro e – non senza una certa sorpresa – il sacerdote indicò un vino “gran riserva”, da intenditore e di non poco prezzo. «Ma lo vale tutto» pensò Norberto dopo averlo sorseggiato, apprezzando il gusto superiore del vitigno. Padre Pedro apprezzò anche la pasta fatta in casa al sugo di cinghiale ed il secondo a base di carne, consigliato appositamente dall’altro per introdurre un’ulterio­re bottiglia di rosso, anch’esso di alta qualità, che finì quasi interamente nella gola del prete. Due mezzi bicchieri – intervallati da molta acqua – contro un litro abbondante di vino robusto: se avessero dovuto duellare con le spade, non ci sarebbe stato scampo per il religioso; dovendo invece discutere, fu molto facile per Norberto far cadere il discorso sui progetti di espansione dell’ateneo romano in Campania. Don Pedro sembrava aver dimenticato completamente il preteso incontro della mattinata con il porporato:

– Le cose vanno a rilento…

Norberto insisté:

– Ma si hanno notizie della tempistica?

L’altro sorrise tristemente, alzando le spalle. Poi scosse la testa e a voce più bassa, quasi parlando tra sé:

– Io continuo a ripetere questa storia dell’università a Napoli per tenere unito il gruppo di qui, altrimenti se ne andrebbero tutti.

– Beh – ribatté l’ospite – qui non siamo come a Roma… Qui veniamo per pregare, non per far carriera.

La stoccata era forte: in effetti i Missionari della Verità avevano aperto un gruppo de “Il Tuo Regno” in ogni loro istituzione, parrocchia o scuola che fosse. Farne parte era diventato un dovere, se si voleva mantenere il posto, in attesa che indicessero un concorso “ad hoc” per essere assunti a tempo indeterminato.

Norberto, Arrigo e Gianluigi avevano partecipato a qualcuna delle riunioni romane, che consistevano, tra l’altro, nell’analizzare la propria vita spirituale durante la settimana precedente. Che strano: nella loro cittadina ognuno si accusava di questa o quella mancanza; a Roma invece, si assisteva a un crescendo che sfiorava il ridicolo. Della decina di partecipanti il primo sosteneva: «Io ho detto ogni giorno la mia posta di Rosario ed ho fatto la visita al Santissimo Sacramento» (era il minimo impegno che venisse richiesto agli adepti). Il secondo alzava il tiro: «Io sono riuscito anche a fare la comunione un paio di giorni, andando in chiesa la mattina presto». Il terzo non solo non voleva essere da meno, ma desiderava essere da più: «Io mi sono impegnato ad alzarmi ogni giorno un’ora prima e seguire la messa delle sette» e il quarto non poteva che continuare: «Io ci sono riuscito», aggiungendo con voce rotta dalla commozione: «adesso non potrei più farne a meno» e così di seguito in un inarrestabile crescendo di ipocrisia. Strano, in nessuna delle – per fortuna poche – riunioni a cui avevano assistito, Norberto aveva notato una debolezza, una mancanza nei “colleghi” docenti. Anche quelli che a lezione “dimenticavano” di recitare la preghiera iniziale, anche quelli che sostenevano tesi eretiche, anche quelli che ripetevano i vieti luoghi comuni contro la Chiesa e la religione-oppio-dei-popoli, al momento di analizzare la propria vita di preghiera risultavano irreprensibili. Nessuno, poi, che nella seconda parte dell’incontro, dedicato all’analisi di un passo del Vangelo, non volesse dire la sua, dimostrando un amore per la Scrittura che aveva dello stupefacente.

Salvo invece, nella terza parte della riunione, quando veniva discusso un argomento di attualità, far emergere le proprie magagne: soprattutto se si trattava di un argomento politico, venivano alla luce le proprie (vere) idee e inclinazioni. Banalità sulla democrazia, che assurgeva a dogma di fede; errori gravi in materia di morale, con la giustificazione dell’aborto e l’equiparazione degli “atti contro natura che gridano vendetta di fronte all’Altissimo” alla semplice trasgressione del sesto o del nono comandamento; l’equiparazione politicamente corretta dei “generi” («in natura esistono almeno sei o sette generi…») e via dicendo.

Quanta palese differenza con gli incontri che si svolgevano invece nella cittadina campana, in cui era palese l’onestà di chi si accusava di non essere riuscito a dire ogni giorno le preghiere richieste, di non aver potuto (o voluto?) trovare il tempo per fare la visita al Santissimo, di essersi distratto in chiesa durante la messa (spesso grazie alla soporifera – nel migliore dei casi, spesso invece si rivelava irritante – predica del celebrante) e quindi non aver preso la Comunione… Ma, già, in quel caso ci s’incontrava per non per una scalata aziendale, bensì per un cammino spirituale e non avrebbe avuto senso nascondere la verità…

Il pranzo terminò con dolce (per il sacerdote, doppia porzione), caffè e grappa. Rialzandosi, don Pedro rischiò un paio di volte di scivolare, ma riuscì a tenersi in piedi. Lentamente, senza dire una parola, i due si appropinquarono verso la sala in cui si teneva la riunione mensile, che quel pomeriggio, mercé la giornata uggiosa, l’abbondante pasto e l’inconsueta libagione, fu particolarmente sonnolenta. I pochi partecipanti seguirono sforzandosi di atteggiare i propri volti alla maggior attenzione possibile. Arrigo tagliò corto al momento delle domande finali, fulminando con lo sguardo un membro del gruppo, bollato irrispettosamente da Norberto come il “cacciottiello” per via delle sue forme rotondeggianti, che con la sua voce stridula interveniva sempre e comunque (e quasi mai a proposito), affinché non prolungasse l’incontro e gli permettesse di andare a tenere una conferenza, indetta per lo stesso giorno, alla quale Arrigo teneva molto di più. Intanto, un altro membro del gruppo, Paolo Macrì, faticava a racimolare le offerte per la colletta con cui solitamente rimborsavano il viaggio al prete: Norberto “aveva già dato”, accollandosi il pasto dell’ospite (e aveva dato molto, per via delle bottiglie scelte da quest’ultimo, ma si riteneva abbondantemente ripagato della spesa – riferendosi questa volta non tanto alla qualità del vino, ma alla scoperta della verità), mentre Gianluigi aveva direttamente saltato l’incontro, fingendo un malessere per non rischiare di perdere neppure un minuto della partita del suo amato Sei Nazioni rugbistico. Alla fine Paolo Macrì, constatato lo scarso raccolto, mise i pochi soldi in tasca, traendo con un sospiro dal proprio portafogli una banconota da ben cinquanta euro, nuovissima, da poco ritirata dal bancomat.

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Don Pedro tornava, più triste del solito, verso la Capitale. Quella cittadina non era ben collegata alla rete autostradale ed era costretto a percorrere un centinaio di chilometri lungo un’antica arteria di origine romana, una strada statale dritta, lunga e stretta, con un’unica corsia che obbligava ad estenuanti code dietro ai tantissimi mezzi pesanti che vi transitavano. Quella mattina, almeno, aveva goduto un po’ il panorama, ma al ritorno il buio trasformava quasi il percorso in una lunghissima galleria. Accese la radio all’inutile ricerca di un notiziario, ma il programma d’intrattenimento su cui fermò l’apparec­chio non riusciva a distrarlo dal ricordo dello squallore della grande sala deserta, dal centinaio di sedie vuote che facevano risaltare la pochezza dei soli sei partecipanti. «Sempre meno», pensò, assillato da un altro ricordo, che non riusciva a focalizzare con precisione: gli pareva di avere detto a Norberto, dopo pranzo (no, forse era stato mentre mangiavano il secondo, quello squisito arrosto. O forse era al dolce? Mah! Non gli riusciva proprio di rammentare), che la storia dell’università napoletana era tutta un bluff per non far disperdere il loro gruppo di preghiera. Ma lo aveva davvero detto? O era stato solo un suo pensiero? Se fosse stato espresso a voce alta – non sia mai! – sarebbe davvero stato un bel pasticcio… se almeno fosse riuscito a rammentare le parole esatte utilizzate, avrebbe potuto cercare di rimescolarle, in maniera da svuotarle del reale significato! Si sforzò di ricordare: durante il tragitto dal ristorante alla sala conferenze non avevano scambiato una parola e usualmente Norberto era molto loquace… poi, dopo l’incontro, si era defilato, mentre di solito rimaneva fino all’ultimo e gli offriva anche un caffè prima della partenza! Non c’era dubbio: doveva essergli sfuggito qualcosa – e qualcosa di grosso – sull’affare di Napoli. Ecco perché se n’era andato subito, senza neppure quell’ultimo invito al bar!

A proposito, adesso la mancanza del caffè si faceva sentire e un paio di volte un colpo si sonno lo fece sobbalzare. Seguendo quasi automaticamente il tir che gli era stato davanti per una ventina di chilometri, mise anch’egli la freccia destra e decise di fermarsi ad una stazione di servizio per prendere un caffè. Faceva abbastanza freddo, ma soprattutto era umido, per cui appena uscito dall’abitacolo si mise il cappotto e girò più volte la sciarpa attorno al collo. Nello squallido caffè della stazione, che a quell’ora, immersa nelle tenebre, sembrava come emergere dal nulla, c’era un camionista – doveva essere bulgaro, a giudicare dalla targa internazionale che aveva visto sul retro del camion nell’ultimo quarto d’ora – e una donna bionda, vistosamente truccata e vestita con sgargianti colori. Il barista sembrò apparire dal buio dietro il bancone per ricevere l’ordinazione e, dopo aver posato la tazzina con il suo contenuto fumante sul banco, si ritrasse nell’oscurità. Il camionista aveva attraversato il locale ed era scomparso dietro la porta del gabinetto.

Don Pedro guardò la donna, che lo fissava a sua volta. Gli sfuggì un sorriso, causato da chissà qual pensiero, male interpretato dalla donna, la quale si avvicinò, salutandolo. Al sacerdote non era mai successo nulla di simile: se non la fede, la tonaca – o meglio l’abito – lo aveva sempre protetto come una corazza. Ma in quel caso il clergyman era coperto dal cappotto ed il collare nascosto dalla sciarpa. Si trovò, senza quasi volerlo, ad attaccare discorso: l’aspetto della donna, i capelli evidentemente tinti, il trucco pesante, le unghie laccate, l’abito vistoso, la sfacciataggine impudica non lasciavano dubbi riguardo la sua attività e le sue intenzioni. Eppure don Pedro non palesò il proprio stato sacerdotale, neppure semplicemente allentando la sciarpa e mostrando il colletto. Si lasciò trascinare dalla conversazione, banale eppure spiritosa, della donna. L’unico episodio brioso di quella triste giornata. Quando aprì il portafogli per pagare il caffè, tirò fuori la banconota nuovissima da cinquanta euro, quasi per fare uno scherzo al barista, fingendo di non avere altro. L’uomo protestò di non avere da cambiare e la donna colse l’occasione al balzo: con un gesto rapidissimo prese la banconota, dicendo «Ci penso io», e diede al barista i pochi spiccioli necessari a pagare la consumazione; quindi si rivolse all’uomo in cappotto nero:

– Adesso glieli cambio io – con un sorriso più sfacciato che malizioso. E poi, quasi imperiosamente: – Andiamo in macchina.

Don Pedro obbedì, meccanicamente: del resto, non lo avevano etichettato – a sua insaputa – “Zelig” per il fatto di trovarsi sempre d’accordo con tutti? Falangista con Norberto, tradizionalista con Arrigo, monarchico con Gianluigi, democratico con Sorbetti, aperto alle idee della nuova morale con Faraona…

– Una volta – ripeteva sarcastico Gianluigi – lo abbiamo lasciato solo per un’ora con Radio Radicale a sentire il congresso del Pd ed è diventato un cattocomunista convinto!

“Zelig” salì in macchina, lasciando che la donna prendesse il posto accanto al suo: non le aveva aperto la portiera, ma neppure aveva fatto alcunché per fermarla. Certo, avrebbe potuto farle una predica, magari lasciandole la banconota, affinché si convertisse e abbandonasse quella vita peccaminosa. Prima di entrare in auto, si tolse il cappotto, che pose sul sedile posteriore, ma lasciò la sciarpa, forse pregustando un notevole coup de théâtre, svelando d’un tratto la propria missione sacerdotale. Da dove avrebbe iniziato? Chiedendole se aveva una famiglia, se c’era qualcuno che la aspettava a casa, se i suoi sapevano quale vita conduceva? Oppure chiedendole ex abrupto: «Da quanto tempo non ti confessi, figlia mia?». Certo, le avrebbe lasciato quei soldi, che potevano diventare il primo passo verso la salvezza… Questa era la sua unica certezza. Ed era una certezza che anche la donna – la quale intanto aveva iniziato a detergersi preventivamente le mani con un fazzolettino profumato tratto dalla borsetta – condivideva appieno.

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In autostrada si viaggia meglio sotto molteplici aspetti. Non bisogna lambiccarsi il cervello per capire dove si è, perché ad ogni chilometro ci viene indicata la distanza dalla meta; non c’è pericolo di sbagliare strada (tranne che al momento dell'ingresso, è ovvio) ed è molto remota la possibilità di sbagliare uscita, soprattutto per chi ripete più volte lo stesso tragitto. Ma soprattutto è possibile effettuare il sorpasso senza i timori e la tensione che si provano superando un camion in una strada provinciale ad una sola corsia, con la possibilità di uno scontro frontale con chi procede in direzione opposta. Viaggiare in autostrada permette, quindi, di dedicare i propri pensieri ad altro che non sia l’esclusiva attenzione alla strada percorsa.

Don Pedro si sentiva meglio, molto meglio, rispetto al pomeriggio. Non erano ancora le otto e poteva iniziare a ripercorrere – quasi come nel quotidiano esame serale – la propria giornata. Un punto nero lo angustiava: ciò che poteva aver detto – e come esattamente lo aveva detto – a Norberto. Di certo gli era sfuggito qualcosa – e di certo questi avrebbe parlato, se non con tutto il gruppo, almeno con i due che gli erano più vicini. Bisognava agire presto. Come fare? Ricordò che Pietro Sorbetti gli aveva descritto le tecniche propagandistiche utilizzate dal Pci, quando il professore “straordinario” era un intellettuale organico ed il partito era ancora di stretta osservanza, se non stalinista, almeno marxista-leninista. Diffamare l’avversario era l’arma migliore per rispondere alle sue accuse: se la fonte non appare attendibile, chi le presterà ascolto? Avrebbe estromesso Norberto dall’insegnamento, lo avrebbe provocato a reazioni inconsulte e gli avrebbe fatto perdere credibilità: chi avrebbe dato attenzione alle accuse di un ex docente, inviperito da questioni personali? Come eliminarlo? «Basterà montare qualche voce sul suo modo d’insegna­mento, dire che crea scandalo con i suoi giudizi sul Vaticano II (un’arma potentissima questa, quasi meglio dell’accusa di “fascista” negli anni Settanta!), stuzzicarlo con pretese di doppia sessione di esami anche se non ce n’è bisogno, con il ritardo nei pagamenti, negandogli i rimborsi… basterà poco per farlo scattare e allora… il gioco sarà fatto!»

Con una rumorosa espettorazione espulse una zaffata che sapeva pesantemente di vino. Ora era completamente lucido: la sosta al bar gli aveva giovato. Si sentiva sicuro sulla scelta da fare con Norberto. Quanto all’incontro al bar… si sarebbe confessato subito da don Gabriele Faraona, che non gli avrebbe negato l’assoluzione, visto che a suo volta veniva assolto da don Pedro per certe sue voluttuose mancanze… Aprì il finestrino per far uscire più velocemente l’aria fetida e si allentò la sciarpa, respirando soddisfatto a pieni polmoni l’aria fredda della sera invernale.