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Manifesto di Isernia
Scritto da Gianandrea de AntonellisContro il disimpegno politico
Quando le api lasciano l’alveare, questo viene invaso dalle mosche.
Questa metafora sul disimpegno della aristocrazia (in senso etimologico: governo dei migliori) dalla politica sintetizza egregiamente il risultato del disprezzo verso la res publica (letteralmente: “cosa pubblica”). Molti, troppi, in base all’assioma secondo cui «la politica è una cosa sporca», ritengono che sia bene lasciarla alla feccia del popolo, per non sporcarsi le mani. Il fatto è che chi sguazza bene nel pantano politico-amministrativo contribuisce ad abbassare il livello della qualità gestionale e ad alzare quello della corruzione e delle ruberie.
Le persone “perbene”, disgustate dalla cloaca politica, decidono di dedicarsi allo studio, alle professioni, all’arte, contribuendo così al circolo vizioso che (anche grazie all’attuale sistema democratico) non fa che aumentare – come detto – corruzione, clientelarismo e cattiva gestione della cosa pubblica.
Le persone perbene credono di non poter occuparsi allo stesso tempo sia della politica che della propria professione: a meno di non risultare uno dei fortunati vincitori della lotteria di Montecitorio, un professionista, un imprenditore, un commerciante (vale a dire i rappresentanti più attivi della società reale) solitamente non può o non desidera sottrarre tempo alla propria professione per potersi dedicare alle questioni amministrative della propria città, provincia o regione (e in precedenza impegnarsi in una campagna elettorale).
Come è possibile, allora, far tornare alla politica la crema della “società civile”, coniugando l’attività professionale a quella politico-amministrativa, senza imporle il giogo del sistema partitocratico?
Lo Stato organico
La risposta – come sempre o quasi – si può trovare nella Storia e, in particolare, nella struttura politica dell’antico regime, che prevedeva una partecipazione diretta dei numerosissimi “corpi intermedi” (corporazioni, confraternite, associazioni, ordini, etc.) alla vita politica, partendo dal Comune fino a giungere ai vertici dello Stato.
Inoltre, era l’associazione progressiva delle varie comunità (famiglie che formavano il Comune, Comuni che formavano le Province, Province che si univano per creare la Regione, fino a giungere all’intero Paese) a creare lo Stato e questo esisteva in quanto riconosciuto dall’insieme dei Comuni, Province e Regioni (e non viceversa, come avviene attualmente, con lo Stato che determina quali debbano essere i criteri con cui si formano e si amministrano Comuni, Province e Regioni).
Naturalmente, bisogna adattare tale sistema ai nostri giorni.
Società e politica
La Società (famiglie, corpi intermedi, ordini professionali, istituzioni locali, etc.) non deve essere separata o contrapposta (e nemmeno subordinata!) allo Stato, bensì deve integrarsi in esso, formandolo a partire dagli enti amministrativi locali: i professionisti, gli artigiani, gli artisti, e via enumerando, devono poter contare negli enti locali direttamente,in quanto rappresentanti della società, non indirettamente, in quanto candidati eletti nelle liste di un partito.
Il loro impegno politico – tramite i corpi intermedi di appartenenza – deve essere parallelo e non alternativo a quello lavorativo. Non devono lasciare la propria scrivania, tavolo, bancone o deschetto di lavoro per fare campagna elettorale, ma fare politica attraverso il rispettivo corpo intermedio.
Rappropriarsi della politica fuori dai partiti
Si sente speso ripetere: «Dobbiamo tornare a fare politica. I partiti attuali non ci rappresentano più».
E come fare? Procediamo sinteticamente, ipotizzando le domande basilari e le risposte che usualmente si sentono.
Cosa bisognerebbe fare di fronte allo sfascio attuale?
«Ci vorrebbe un nuovo partito».
Come farlo?
«Dobbiamo essere in tanti».
Per ottenere quale risultato?
«Per avere deputati e senatori».
Di conseguenza, poiché siamo in pochi, in attesa che qualcun altro fondi un nuovo partito, ce ne rimaniamo con le mani in mano.
Ma è veramente l’unica soluzione?
No. Intanto, il partito è una forma innaturale di aggregazione: è di derivazione ideologica; e come tutte le ideologie (in particolare quelle nate tra Otto e Novecento) mostra adesso tutti i suoi limiti e i suoi fallimenti.
Il partito non è una comunità naturale, non è un corpo intermedio. Nascendo, non ci si iscrive a un partito, si fa parte di una famiglia. Crescendo, si frequenta una parrocchia, un circolo, una società culturale. Lavorando, ci si iscrive a una organizzazione sindacale, a un ordine professionale. Non ad un partito, al quale un tempo si aderiva per passione ideologica ed attualmente soprattutto per lucrare favori o fare carriera in qualche ente parassitario.
Un partito è soltanto una piccola frazione che diventa setta, spesso di carattere ideologico. O, in alternativa, uno strumento per far soldi, ma non per fare politica.
Per “fare politica”, per fare un’altra politica, bisogna rivitalizzare le gerarchie naturali, bisogna ridare importanza politica agli elementi in cui si articola la nostra società: le famiglie, le parrocchie, le associazioni professionali, le realtà di ordine civico, i municipi (i municipi storici, naturalmente, non la burocrazia comunale). In una parola, i corpi intermedi (così definiti anche dalla Dottrina Sociale della Chiesa).
Inoltre, nella politica attuale, ad essere sempre più decisivi sono i piccoli gruppi, non i partiti, nei quali gli iscritti poco e niente contano. Perché la politica non è fatta dalle grandi masse: se si contano i protagonisti dei due più grandi eventi che hanno sconvolto la faccia dell’Europa (e non solo) – la rivoluzione francese e quella bolscevica, le cui conseguenze tuttora subiamo – scopriremo che sono pochissimi.
Agli eventi del 1789 sanculotti, giacobini, girondini, firmatari delle varie petizioni, partecipanti alla presa della Bastiglia, etc., messi insieme superano di poco i 6.000, che rispetto al milione di abitanti della Parigi dell’epoca rappresentano solo lo 0,6%.
Parimenti, i seguaci di Lenin – non i soli quadri dirigenti, tutti gli iscritti al partito bolscevico – erano unicamente 23.000, in una Russia che nel 1917 contava ben 175 milioni di abitanti: poco più di uno su diecimila (lo 0,013%)!
Dunque? Dunque la questione non è affatto numerica, ma di formazione. Una formazione non solo teorica, ma rivolta all’azione concreta.
Peraltro tornando al concetto di “partito politico”, di un “nuovo” partito visto come la panacea di tutti i mali, va sottolineato che esso, come istituzione, è declinante. Lo dimostra chiaramente la partecipazione alle urne, che risulta sempre più bassa, elezione dopo elezione.
Quindi, la soluzione più concreta per una rinascita consiste non nel creare un nuovo partito politico, bensì nel creare una nuova forma di affrontare la politica – abbandonando quella dei partiti e smettendo di pensare che sia l’unica possibile – e ripartire dalla società, dalla base, incominciando dal territorio in cui si vive.
La soluzione è creare uno Stato organico che nasca dal basso, dalla società, anziché rimanere subordinati all’attuale Stato apparentemente democratico, in realtà totalitario, che impone le sue regole a tutti gli elementi della società.
Proposte concrete per lo Stato organico
Per realizzare tale progetto è necessario trovare una soluzione che parta dal basso, dal popolo, dalla società, seguendo la sua tradizione, anziché imporla con una sorta di “colpo di Stato” (militare o legislativo).
Infatti, tutti – dico tutti – gli esperimenti finora fatti sono restati o restano in piedi solo fino a che sono imposti con la forza o con la corruzione.
Va anche detto che, rispetto alla storia, tradizionale e millenaria, dei popoli europei, c’è un’oggettiva cesura di due secoli in cui, dalla rivoluzione francese in poi, attraverso il liberalismo e il socialismo (e le loro varie metamorfosi), si è imposto un totalitarismo di fatto che ha distrutto lo Stato organico.
Come superare tale cesura?
Non si può tornare indietro, restaurando l’antico regime attraverso istituzioni sconosciute ai più: sarebbe una imposizione innaturale.
Si possono invece rivitalizzare le antiche istituzioni, partendo necessariamente dal basso, per poi, a mano a mano, ricostruire la società naturale, che da quelle istituzioni prende vita.
Corpi intermedi: ruolo sociale
Il primo passo è quello di ripartire dal ruolo sociale dei corpi intermedi per poi rivendicare il loro ruolo politico.
La società è composta di associazioni culturali, confraternite religiose, corporazioni lavorative, cooperative operaie, casse di risparmio, ordini professionali, etc. Attualmente, l’individuo “atomizzato” (cioè completamente isolato) entra in tali società, vi esercita le proprie funzioni, e quindi ne esce, nuovamente “atomizzato”, per esercitare il proprio (inutile) voto alle elezioni (amministrative o politiche che siano).
È evidente il ruolo sociale di tali enti, fondamentale per la vita culturale (e non solo) del territorio in cui agiscono. Ma anche è evidente che il loro attuale ruolo politico-amministrativo è praticamente nullo.
È necessario perciò ridare a questi enti il loro valore politico, il che si esprime (anche) nell’abbattere il pregiudizio del concetto «un uomo, un voto», imposto dalla rivoluzione: se si è attivi come direttore della banda musicale e nel contempo come capo del gruppo di speleologia, come direttore del centro di studi storici oppure della proloco del proprio Comune, perché limitare ad uno solo il proprio voto? Se il rappresentante (o la rappresentante: non necessariamente il membro più anziano, ma magari una persona giovane, purché in gamba) della famiglia (base fondamentale della società, che va assolutamente tenuta in conto) dirige anche il coro parrocchiale o l’associazione per la salvaguardia dell’arte del tombolo, perché non dovrebbe votare due o tre volte, venendole così riconosciuto il doppio o triplo impegno che si assume, rispetto a chi passa la giornata a grattarsi la pancia, lasciando lavorare gli altri?
Corpi intermedi: ruolo politico
Passiamo così al ruolo politico dei corpi intermedi, che devono partecipare direttamente alla gestione del territorio. Le associazioni di carattere locale, diciamo inizialmente comunale, hanno il diritto (se non il dovere) di far sentire continuativamente la propria voce nel consiglio municipale, che non dovrebbe essere composto da “professionisti della politica” che si dedicano esclusivamente alla gestione (per non dire al maneggio) della cosa pubblica, bensì da professionisti della società che si occupano sia della propria associazione che della cosa pubblica.
Salendo di livello, il discorso va replicato in maniera naturale applicandolo al livello geopolitico superiore. Volendo creare uno schema (il simbolo della freccia indica il risultato dell’elezione):
- Famiglie + Corpi intermedi
→ Consigli comunali - Consigli comunali + Corpi int. provinciali[1]
→ Giunte provinciali - Consigli provinciali + Corpi int. regionali[2]
→ Giunte regionali - Giunte regionali + Corpi int. nazionali[3]
→ Parlamento nazionale
Questo tipo di elezioni piramidali prende il nome di democrazia organica, perché coinvolge gli organi (unioni di corpi intermedi) della società, rendendoli costantemente partecipi della vita politica.
Democrazia organica ed elezioni continue
Il sistema della democrazia organica permette (e stimola) un rapporto continuato con la politica (cioè con la cosa pubblica) e non lo limita alla partecipazione elettorale una volta ogni quinquennio: infatti, le cariche sono immediatamente revocabili, in caso di comportamento giudicato inadatto dagli elettori.
In altre parole, il rappresentante deve continuamente conquistarsi la fiducia dei suoi rappresentati. Qualora ciò non avvenisse, coloro che lo hanno eletto – attraverso una semplice riunione e non per mezzo di un’onerosa consultazione generale – possono immediatamente pretendere la sua rimozione, il che avviene, appunto, con una semplice riunione dei suoi elettori (la banda municipale per il rappresentante al consiglio comunale, i sindaci per il presidente della giunta provinciale, etc.).
Del resto, anche all’interno del nostro attuale sistema esiste già un tipo di democrazia organica o, meglio, di elezioni interne oppure piramidali: da un lato la nomina, la rimozione e la sostituzione degli assessori degli enti locali e dei ministri del governo non necessita di alcun ricorso a nuove elezioni; dall’altro, il sistema piramidale è stato introdotto per eleggere i consiglieri provinciali, scelti dai sindaci e dai consiglieri dei Comuni della Provincia.
In ciascuna elezione, dunque, gli elettori sono in numero limitato, in quanto esse avvengono all’interno delle singole comunità che formano la nazione: di fatto, ognuno di essi ha la possibilità di conoscere personalmente i candidati ed è perciò in grado di giudicarli.
Ognuno vota un proprio rappresentante, il quale, a sua volta, in rappresentanza dei propri elettori, voterà un superiore gerarchico, partendo dal più piccolo nucleo (quartiere, azienda o quant’altro) e arrivando al massimo vertice dello Stato.
In tal modo risulta semplificato l’intero sistema rappresentativo, poiché numerose elezioni di piccola entità sono logisticamente più gestibili rispetto ad elezioni generali in cui è coinvolta l’intera popolazione.
La semplificazione avviene tanto in termini di organizzazione quanto in termini di ciclicità, poiché è possibile approntare in breve tempo una nuova votazione laddove sia necessario, favorendo un ricambio ad ogni livello.
Tale impostazione favorisce inoltre la meritocrazia: salendo di livello gerarchico, si eleggerebbero naturalmente persone più meritevoli, non imposte capricciosamente dal vertice, ma correttamente valutate della base.
Ogni pubblico amministratore risulterebbe costantemente messo alla prova, dal momento che non esisterebbero più scadenze elettorali fisse, ma elezioni “sempre in agguato”, perché effettuabili su richiesta.
L’idea di base è quella di eliminare i difetti tipici della partitocrazia, la propaganda demagogica, la corruzione, l’immobilismo (“l’attaccamento alla poltrona”), l’imperscrutabilità, il lassismo e l’assenza di vincolo di mandato.
Conclusioni
Per troppo tempo l’uomo comune, il “cittadino” atomizzato è stato lontano dalla politica e dall’amministrazione del territorio in cui vive, demandando la sua gestione a terzi, magari in cambio di supposti favori, e poi limitandosi ad osservare e, magari, a lamentarsi e ripromettersi di “non fare più lo stesso errore” e di eleggere qualcun altro alla successiva tornata elettorale, per poi continuare la giostra…
Attraverso la democrazia organica, la partecipazione diretta alla vita del proprio Comune (e di conseguenza a quella della propria Provincia, della propria Regione e dello Stato) diventa effettiva e si rivela anche un mezzo per migliorare la vita nel proprio territorio.
L’alternativa è quella di allontanarsi sempre più dalla gestione diretta del bene pubblico, per essere sempre più schiacciati dalla macchina dello Stato, interessato quasi esclusivamente alla esazione di imposte, e vincolati dai mille lacci legislativi di una burocrazia anonima che non ha nemmeno più sede a Roma o a Bruxelles, ma viene mossa da diktat partoriti da menti estranee al nostro mondo che vivono in ovattati salotti irraggiungibili e imperscrutabili.
Contro questa prospettiva, che ha già ucciso in molti di noi il desiderio di lottare per un mondo migliore, per noi e per le generazioni future, non c’è che una scelta:
Risorgere!
Isernia, 26 ottobre 2025
Festività di Cristo Re
