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Manifesto di Isernia
Contro il disimpegno politico
Quando le api lasciano l’alveare, questo viene invaso dalle mosche.
Questa metafora sul disimpegno della aristocrazia (in senso etimologico: governo dei migliori) dalla politica sintetizza egregiamente il risultato del disprezzo verso la res publica (letteralmente: “cosa pubblica”). Molti, troppi, in base all’assioma secondo cui «la politica è una cosa sporca», ritengono che sia bene lasciarla alla feccia del popolo, per non sporcarsi le mani. Il fatto è che chi sguazza bene nel pantano politico-amministrativo contribuisce ad abbassare il livello della qualità gestionale e ad alzare quello della corruzione e delle ruberie.
Le persone “perbene”, disgustate dalla cloaca politica, decidono di dedicarsi allo studio, alle professioni, all’arte, contribuendo così al circolo vizioso che (anche grazie all’attuale sistema democratico) non fa che aumentare – come detto – corruzione, clientelarismo e cattiva gestione della cosa pubblica.
Le persone perbene credono di non poter occuparsi allo stesso tempo sia della politica che della propria professione: a meno di non risultare uno dei fortunati vincitori della lotteria di Montecitorio, un professionista, un imprenditore, un commerciante (vale a dire i rappresentanti più attivi della società reale) solitamente non può o non desidera sottrarre tempo alla propria professione per potersi dedicare alle questioni amministrative della propria città, provincia o regione (e in precedenza impegnarsi in una campagna elettorale).
Come è possibile, allora, far tornare alla politica la crema della “società civile”, coniugando l’attività professionale a quella politico-amministrativa, senza imporle il giogo del sistema partitocratico?
Decreto del 25 aprile 1800. Scioglimento dei Sedili di Napoli
Si riporta ad uso degli studiosi il testo integrale del decreto reale del 25 aprile 1800 con cui Ferdinando IV decise di sciogliere i Sedili di Napoli, antichissima espressione dell'autonomia cittadina partenopea. Silvio Vitale lo definì "l'atto più antitradizionale della monarchia borbonica".
FERDINANDO IV.
LA GRAZIA DI DIO RE DELLE SICILIE,
DI GERUSALEMME, ECC.,
INFANTE DI SPAGNA, DUCA DI PARMA, PIACENZA, CASTRO ec. ec.
GRAN PRINCIPE. EREDITARIO DELLA TOSCANA ec. ec. ec.
La nobiltà di ogni ben regolata monarchia ne forma il più saldo appoggio, ed il miglior sostegno, come il più glorioso lustro, quando ha per base della sua condotta la fedeltà, ed il valore, ed a questi sublimi oggetti debbono unicamente tendere tutte le istituzioni, che rendono nelle Monarchie il corpo de’ Nobili distinto, ed illustre tra i differenti ordini dello Stato. Quindi con massima pena dell’animo Nostro abbiamo Noi veduto nelle passate circostanze, che i Sedili, o siano Piazze della Città di Napoli, siano rimaste in una totale indifferenza sulla sorte dello Stato, ed abbiano confidato, ed abbandonato le loro facoltà in mano ad un drappello di giovinastri corrotti, e senza nessuno attaccamento alla causa di Dio, e Nostra, lasciandoli, com’è notorio, attentare i primi alla Nostra Suprema Autorità, senza opporsi all’usurpazione da essi fatta di quella potestà, che il Nostro Vicario Generale unicamente, e legittimamente da Noi teneva. E quantunque gli Eletti, e Deputati dopo aver già criminosamente di molto oltrepassati i confini delle loro incumbenze, mossi forse da un momento di rimorso, e imbarazzati dalle circostanze, avessero data alle Piazze la di loro rinunzia, queste nondimeno non vollero accettarla, confermando così la rivolta, e la sedizione di essi Eletti, e Deputati, quando che era in libertà delle Piazze di accettar una tale rinunzia, e di scegliere, e proporre coloro, che fossero di un riconosciuto attaccamento, alla Religione, ed al Trono. Anzi doveano le Piazze, subito che ravvisarono il trascorso degli Eletti, e Deputati, rivocare ogni facoltà loro concessa, e venire alla nuova elezione, e proposta di soggetti probi, e fedeli.
