La chiesa di San Domenico e il generale Charles-Antoine Mahnés

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Entrando nella bella chiesa di San Domenico in Benevento non può passare inosservato un monumento sepolcrale dedicato al generale francese Charles-Antoine Manhés, che non risulta abbia mai messo piede da vivo e da morto nella città. Si tratta infatti di un solenne quanto semplice cenotafio (vale a dire, una tomba senza bara perché deriva dai termini greci κενός che sta per “vuoto” e τάφος che significa “tomba”) alla stessa maniera della fiorentina Santa Croce ove ammiriamo il ricordo marmoreo di Dante Alighieri: il padre della lingua italica riposa in Ravenna mentre i resti dell’ufficiale napoleonico probabilmente sono confusi tra le vittime di un’epidemia colerica nel territorio partenopeo e, date le circostanze del decesso, il cadavere non avrebbe mai potuto attraversare il Regno delle Due Sicilie e superare il confine dello Stato Pontificio. Lo conferma anche la dedica fatta porre sul sepolcro dalla figlia Maria Luisa.

 

Prima di addentarci nel “caso Manhés” conviene tuttavia soffermarsi sul tempio che ne ospita la memoria. L’Ordine dei Predicatori ha posseduto a lungo presenza e forza culturale nel Sannio. Nel convento di Benevento, tra l’altro, spiccarono alcune grandi figure di intellettuali: Roffredo Epifanio, giurista e teologo, che trasferì in questo luogo il complesso dei frati domenicani attorno all’anno 1230; Simone Beneventano eletto nel 1269 generale dell’Inquisizione; e Guglielmo Tocco, letterato e filosofo, inviato a Roma alla morte del confratello Tommaso d’Aquino per promuoverne la causa di beatificazione e scriverne la prima biografia (la canonizzazione del Doctor Angelicus avvenne poi nel 1323). Monsignor De Lucia ci ha lasciato una sintetica descrizione del sito, come si presentava un secolo fa quando il popolo lo onorava con il nome di San Vincenzo: “La facciata, rifatta nel 1878, ricorda le linee del Rinascimento... La chiesa, a perfetta croce latina, non presenta l’antica sua forma ma essa, caduta per il tremuoto del 5 giugno 1688, venne di nuovo costruita dalle fondamenta e vi pose la prima pietra il card. Orsini il 15 marzo 1692 e la consacrò con solenne rito il 15 aprile 1708... Il tempio con i suoi altari, con le sue statue, con le sue opere d’arte, parla eloquentemente al cuore, alla mente, all’anima. Spicca l’altare maggiore formato di ricchi marmi dietro al quale vi sono ancora gli stalli per il coro e, aldisopra di questi, fanno bella mostra delle pitture a guazzo che rappresentano alcuni santi dell’Ordine domenicano. Splendide le statue, specie quella del Cristo risorto opera del Cirasuolo [Lorenzo Cerasuolo, artista napoletano della seconda metà del ‘700, attivo in Campania, Sicilia e Sardegna, nda]. Come pure sono notevoli il quadro di S. Vincenzo Ferreri (la festa si celebra il lunedì dopo Pentecoste) su tavola dipinto dal nostro Piperno [Donato Piperno, attivo nella prima parte del Cinquecento, formatosi a Roma nella scuola del Raffaello, autore del famoso quadro Concordes in unum esposto presso il Museo del Sannio, nda], il gran quadro del Rosario che si suppone sempre del Piperno, e la tavola del Crocifisso con le Marie e S. Giovanni Battista di autore ignoto... A fianco della sacrestia è stata collocata, ultimamente, una acquasantiera di fattura molto remota... Ritrae l’ammirazione dei visitatori un leggio corale sostenuto da cuoio sbalzato a doratura policroma... e sei pastori di legno per il presepio forse del XII secolo... Sull’architrave della porta secondaria si legge ancora una iscrizione a caratteri longobardi che doveva appartenere alla primitiva chiesa... Nel braccio destro della crociera, poi, è degno di nota il cenotafio del conte Antonio Manhés generale di Francia...”[1]

Eccoci, dunque, davanti al singolare monumento dedicato al prode e magnifico ufficiale di Napoleone e di Murat le cui fattezze ci sono state tramandate da un ritratto eseguito nel 1809 dal rinomato pittore Appiani[2]. Il cenotafio fu voluto dalla figlia Maria Luisa addolorata in modo specifico per il fatto di non aver potuto dare una degna sepoltura al proprio padre. L’ufficiale, infatti, era stato colpito dal cosiddetto morbo asiatico, vale a dire il colera, nel corso dell’estate 1854 durante un suo ritorno nella terra ove aveva vissuto i giorni più felici sia per la carriera militare sia per gli sponsali con una giovane di alto lignaggio, Laura Pignatelli Cerchiara[3], figlia del principe Andrea (1764-1833) e di donna Irene Vollaro (1769-1844): il matrimonio era stato celebrato in Napoli il 21 luglio 1814, e la data appare significativa perché



[1] Salvatore De Lucia, Passeggiate beneventane, 1923-1925, terza edizione a cura di Mario Boscia e Francesco Bove per i tipi di Gennaro Ricolo editore in Benevento 1983, pagine 132-133-134. Si vedano pure i lavori di Mario Rotili, L’arte nel Sannio, Ente provinciale del turismo, Benevento 1952, e Lamberto Ingaldi, Le antiche chiese di Benevento, Edizioni realtà sannita, Benevento 2013.

[2] Andrea Appiani (Milano, 1754-1817) fu attivo in modo particolare nel periodo di influenza bonapartista decorando sale e palazzi, spesso in sintonia con le tematiche della massoneria di cui era esponente. Famosa è la tela di Napoleone re d’Italia (1802) conservata a Vienna. Nel 1809 ritrasse il generale durante un suo passaggio in Lombardia: l’opera - in olio, misura centimetri 67 per 60, appartenente ad una collezione privata - ce lo mostra a mezzo busto, con la divisa di ufficiale di cavalleria, in puro stile murattiano. Dall’insieme appare un uomo molto elegante, dotato di baffi e mustacchi, folta capigliatura, dal cipiglio sicuro.

[3] La nobildonna, nata a Napoli nel 1799 e ivi morta nel 1838, aveva ricevuto un’ottima educazione letteraria e al momento delle nozze (aveva appena 15 anni mentre lo sposo ne contava ben 37) parlava correttamente il francese. Dall’unione nacquero due figlie: Carolina detta Charlotte e Maria Luisa. La prima nacque nel 1816 e si unì in matrimonio con il barone abruzzese De Mattheis ma dopo l’improvvisa morte di costui nel 1838 si sposò con il principe Camillo Morra, patrizio beneventano; sfortunatamente, poterono amarsi soltanto pochi anni poiché l’unione venne funestata dalla repentina scomparsa del primogenito e subito dopo della stessa giovane madre: a quel punto, quasi a voler prolungare l’aggancio alla defunta sposa, il principe di Morra (1818-1891) riversava l’attenzione verso la sorella minore, Maria Luisa nata nel 1818, che assentiva al matrimonio vivendo assieme felicemente fino alla loro morte. In seguito a queste unioni la città di Benevento divenne stabile residenza di entrambe le figlie del generale Manhés il quale aveva da tempo preferito il ritorno in Francia, salvo a fare assieme alla moglie Laura qualche viaggio nel nuovo Regno delle Due Sicilie. 

[1] Salvatore De Lucia, Passeggiate beneventane, 1923-1925, terza edizione a cura di Mario Boscia e Francesco Bove per i tipi di Gennaro Ricolo editore in Benevento 1983, pagine 132-133-134. Si vedano pure i lavori di Mario Rotili, L’arte nel Sannio, Ente provinciale del turismo, Benevento 1952, e Lamberto Ingaldi, Le antiche chiese di Benevento, Edizioni realtà sannita, Benevento 2013.

[1] Andrea Appiani (Milano, 1754-1817) fu attivo in modo particolare nel periodo di influenza bonapartista decorando sale e palazzi, spesso in sintonia con le tematiche della massoneria di cui era esponente. Famosa è la tela di Napoleone re d’Italia (1802) conservata a Vienna. Nel 1809 ritrasse il generale durante un suo passaggio in Lombardia: l’opera - in olio, misura centimetri 67 per 60, appartenente ad una collezione privata - ce lo mostra a mezzo busto, con la divisa di ufficiale di cavalleria, in puro stile murattiano. Dall’insieme appare un uomo molto elegante, dotato di baffi e mustacchi, folta capigliatura, dal cipiglio sicuro.

[1] La nobildonna, nata a Napoli nel 1799 e ivi morta nel 1838, aveva ricevuto un’ottima educazione letteraria e al momento delle nozze (aveva appena 15 anni mentre lo sposo ne contava ben 37) parlava correttamente il francese. Dall’unione nacquero due figlie: Carolina detta Charlotte e Maria Luisa. La prima nacque nel 1816 e si unì in matrimonio con il barone abruzzese De Mattheis ma dopo l’improvvisa morte di costui nel 1838 si sposò con il principe Camillo Morra, patrizio beneventano; sfortunatamente, poterono amarsi soltanto pochi anni poiché l’unione venne funestata dalla repentina scomparsa del primogenito e subito dopo della stessa giovane madre: a quel punto, quasi a voler prolungare l’aggancio alla defunta sposa, il principe di Morra (1818-1891) riversava l’attenzione verso la sorella minore, Maria Luisa nata nel 1818, che assentiva al matrimonio vivendo assieme felicemente fino alla loro morte. In seguito a queste unioni la città di Benevento divenne stabile residenza di entrambe le figlie del generale Manhés il quale aveva da tempo preferito il ritorno in Francia, salvo a fare assieme alla moglie Laura qualche viaggio nel nuovo Regno delle Due Sicilie.

[1] Chiarissimo in tal senso è Pietro Colletta nella sua famosa Storia del Reame di Napoli, Sansoni editore, Firenze 1962. Pagina 492: “Gioacchino  poi che vidde possibile ogni delitto a’ briganti, fece legge che un generale avesse potere supremo nelle Calabrie su di ogni cosa militare o civile per la distruzione del brigantaggio. Il generale Manhés, a ciò eletto, passò il seguente ottobre [dell’anno 1810, nda] in apparecchi aspettando che le campagne s’impoverissero di frutta e foglie, aiuti a’ briganti per alimentarsi e nascondersi, e dipoi palesò i suoi disegni. Pubblicate in ogni comune le liste de’ banditi, imporre a’ cittadini di ucciderli o imprigionarli; armare e muovere tutti gli uomini atti alle armi; punire di morte ogni corrispondenza co’ briganti, non perdonata tra moglie e marito, tra madre e figlio; armare gli stessi pacifici genitori contro i figli briganti, i fratelli contro i fratelli; trasportare le gregge in certi guardati luoghi; impedire i lavori della campagna  o permetterli col divieto di portar cibo; stanziare gendarmi e soldati ne’ paesi, non a perseguire i briganti ma a vigilare severamente sopra i cittadini”. Pagina 495: “I fatti della Calabria, raccontati ed esagerati dalla fama, agevolarono l’opera nelle altre province al generale Manhés ch’ebbe carico di sterminare il brigantaggio in tutto il regno. Ed in breve lo esterminò, e quella forse fu la prima volta nella vita del sempre inquieto e diviso popolo napoletano, che non briganti, non partigiani, non ladri infestassero le pubbliche strade e le campagne”. Pagina 496: “Il generale Manhés fu istromento d’inflessibile giustizia, incapace, come sono i flagelli, di limite o di misura”.

[1] In primo luogo le Memorie autografe del generale Manhés intorno ai briganti (a cura di Francesco Montefrediane), Fratelli Morano, Napoli 1961, oltre a Louis Gabriel Michaud, Le comte Charles Antoine Manhés (sta in Biographie des hommes vivants ou Histoire par ordre alphabétique de la vie publique des tous les hommes qui se sont fait remarquer par leurs actions ou leurs écris), chez Michaud, Parigi 1818, e Jean Garrigaux, Manhés vice-roi des Calabres, Parigi 2000, e A. Manhés – R. Mc Farlane, Brigantaggio. Un’avventura dalle origini ai tempi moderni, Tirrenia edizioni, Napoli 1931, ristampato da Capone editore & Edizioni del Grifo, Lecce 2005. Con spirito critico ne parlano invece: P. Colletta, Storia..., op. cit., prima edizione per Enrico de Angelis librajo-editore, Napoli 1881; Norman Douglas, Old Calabria, Martin Secker, Londra 1935, traduzione italiana Vecchia Calabria, Aldo Martello editore, Milano 1962; Harold Acton, I Borboni di Napoli, Aldo Martello editore, Milano 1968; Aa. Vv., Manhés. Un generale contro i briganti, Edizioni Trabant, Brindisi 2013.

[1] Non conosciamo quale predicato gli venne attribuito: non risulta neppure dalla relazione anonima di un ex-ufficiale del suo Stato maggiore, scritta nel 1846 a Napoli e rimasta inedita, sotto il titolo Notizie storiche del conte C. A. Manhés.

[1] Anche su questo versante sono numerose le citazioni apparse in testi diversi. Segnaliamo in particolare le fonti Wikipedia: Charles Mullié, Biografiphie des célébrités militaires des armés de terre et de mer de 1789 à 1852; Baptiste-Pierre Courcelles, Dictionnaire historique et biographique des généraux français depuis le 11e siecle jusqu’en 1812; Les généraux français et étrangers ayant servis dans la Grande Armée; General who served in the French Armée during the period 1789-1814.  

[1] Lo scultore era nato soltanto nel 1835 a Napoli dove poi moriva nel 1917. Autore di opere interessanti tra cui la statua di Carlo III sulla facciata del Palazzo reale e del busto dedicato a Francesco De Sanctis in uno dei feudi della famiglia principesca, Morra Irpina oggi Morra De Sanctis.

[1] Ben poco si sa sullo scultore Giuseppe Vaccà. Beneventano, lavorò a metà Ottocento. Di sicuro il suo monumento funebre venne eseguito nel 1855 e si deve presumere coevo all’opera del Belliazzi.

[1] La data segnala il 1567. L’arma raffigura due spade incrociate simmetricamente con quattro stelle a sei punte negli spazi circostanti su campo rosso. L’Albo d’oro della Nobiltà italiana (edizione 2005-2009) così sintetizza il valore araldico della stirpe: “Famiglia patrizia e feudale napoletana alla quale appartenne papa Gregorio VIII. Signoria di Morra in Irpinia fin da prima del Mille, ottenne la trasformazione della signoria in principato nel 1664 da Filippo IV re di Spagna, duca di Mancusi con anzianità 1679, marchese di Monterocchetta dal 1627, duca di Bovalino dal 1617, duca di Cantalupo dal 1631, duca di Calvizzano dal 1673, marchese di San Massimo dal 1626, patrizi di Napoli e di Benevento”.

[1] Si tratta di un verso tratto dall’ode Consolation del poeta francese François de Malherbe (1655-1628) concepita per attenuare il dolore di un funzionario regio per la precoce morte di un suo figliolo.

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