Colloqui con la Società

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Donatello è mai stato a Benevento?

 

Da un simpatico amico, il fotografo e artista Giovanni De Noia (incontrato in piazza S. Sofia che la balordaggine politica ha cambiato lo storico nome più volte), ho appreso di un suo progetto per illustrare le similitudini tra la Janua Maior e i bassorilievi di Port’Aurea con le opere di Donatello che si ispirerebbero alle formelle del nostro Duomo e ai marmi traianei. Con tutta sincerità questo confronto mi lascia perplesso. A quei tempi non esistevano documentazioni cartacee sui monumenti presenti in località lontane dalla propria residenza, a meno di una diretta visione delle singole opere. Vi domando:  lo scultore fiorentino ha mai visitato Benevento? (email firmata)

 

Risponde la Società storica del Sannio (Luigi Vinciguerra):

 

In merito non esiste documentazione. Donato de’ Bardi, detto Donatello, nacque e morì a Firenze vivendo tra il 1386 e il 1466. Apprese il mestiere di scultore lavorando nella bottega di Lorenzo Ghiberti. E presto divenne grande, abbandonando gli schemi gotici ed affrontando vigorosamente il realistico stile del Rinascimento. Fu in stretta simbiosi con Filippo Brunelleschi, assieme al quale negli anni giovanili compì un viaggio a Roma volendo studiare dal vivo la scultura classica (Giorgio Vasari, La Vita di Donato, volume primo: “Partitosi da Fiorenza a Roma si trasferì per cercar d’imitare le cose degli antichi... Tornato poi a Firenze lavorò a Cosimo de’ Medici in S. Lorenzo”) .

In Toscana poi la sua arte prese forma e forza esprimendosi con straordinari capolavori, dal S. Giorgio al David alla Cantoria del Duomo che illuminano la sua grandezza. A quanto risulta egli lavorò sempre nello spazio dell’Italia centro-settentrionale. A Padova realizzò la famosa statua equestre del condottiero Gattamelata e per la basilica antoniana eseguì l’Altare del Santo. Il Vasari accenna ad altri due spostamenti, a Venezia e a Faenza. Non si possiede alcuna informazione su eventuali peregrinazioni in altre regioni della Penisola e, considerando le difficoltà logistiche ed economiche per gli spostamenti a quei tempi, una simile supposizione andrebbe proprio esclusa sia pure relativa ad un occasionale passaggio dalle nostre parti. Giovanni De Noia, che sulla questione si è impegnato personalmente in due volumi (Scovare & scavare. Le iconologie di Donatello dalle iconografie di Benevento, Il Chiostro edizioni, Benevento 2000, e il più recente I veri autori. La storia della Janua Major, Midea edizioni, Benevento 2013) ritiene invece che l'artista fiorentino abbia viaggiato fino a Napoli da cui avrebbe  fatto una visita alla città sannita. Le fonti storiche non ne parlano.

Come spiegare allora la forte vicinanza di immagini tra le formelle beneventane e l’opera donatelliana? Due sono le ipotesi. La prima riguarda il maestro Nicola Pisano autore di alcuni pannelli: rientrando in patria, forse egli avrò portato con sé gli schizzi delle esecuzioni nei decenni successivi diventati oggetto di studi da parte di apprendisti scultori. In particolare va sottolineato che questo maestro del tredicesimo secolo viene anche ricordato con il nome di Niccolò de Apulia per evidenziarne l'origine meridionale, e che egli fu autore di opere in Pisa (pulpito) e Siena che si richiamano a motivi disegnati sulle formelle del nostro Duomo e sugli Exultet dell'area appulo-sannita (Benevento, Troia, Trani, Bari). La seconda potrebbe riflettere la tipicità di talune icone di carattere religioso come noti episodi della vita di Cristo e i miracoli raccontati nei Vangeli. Insistere sulla tesi della ispirazione tratta dalla passata arte tornerebbe a disdoro della Donatelli opus. E ciò non ci sembra rispettoso verso il sommo artista.   

 

 

Notizie sull’Epitaffio di Benevento

Gradirei avere qualche notizia sul monumento chiamato Epitaffio. Ho cercato anche su Internet senza alcun esito rilevante.

G. M., cittadino curioso

 Risponde la Società storica del Sannio (Giacomo Tasso):

In quanto confine, e in minore misura quale contrada, l’Epitaffio (si può anche dire Epitafio, perché deriva dal latino epitaphium che riprende a sua volta i lemmi greci έπί, sopra, e τάφος, tomba, messi assieme per indicare una “iscrizione sepolcrale”) esprime un proprio originale ruolo rispetto a tutta la città. Si tratta di un monumento posto lungo l’antica strada sulla strada di Montesarchio verso il mare Tirreno, che peraltro serviva per segnalare il confine tra il grande Regno e lo Stato pontificio: era posto – raccontano le cronache – a fronte di “un muro di circa trenta palmi in cima del quale vi è una iscrizione con le armi di Spagna”, come si legge a pagina 5 della Distinta relatione di quanto è accaduto nelli due incontri fatti da Sua Eminenza il Signor Cardinale Michele Federico d’Althann alla Santità di Nostro Signore Benedetto XIII, stampata a Napoli da Francesco Ricciardo nel 1727. Considerando la misura detta “palmo”, ampiamente utilizzata prima dell’unità nazionale in numerose regioni italiane, con il valore diffuso in tutto il Mezzogiorno di circa un quarto di metro (lievissime erano le differenze tra il Regno di Napoli e lo Stato del Papa), ne deduciamo che il muro in questione avesse una lunghezza di circa 7 metri e mezzo.

Un tempo l’opera era allietata da una fontana posta al centro dalla quale sgorgava acqua fresca, a cui attingevano le donne del circondario, di uso comune anche per le guardie assegnate al controllo dei passeggeri e delle merci in transito. Quel luogo infatti – situato a circa tre miglia dalle mura cittadine – fungeva da posto di confine tra l’énclave pontificia e la nazione napoletana. Di qui la rilevanza del sito. Sotto il profilo storico, esso ebbe un momento di celebrità sulla ribalta del 1860 (il 3 settembre) quando, anticipando le disposizioni del generale Garibaldi, un gruppo di cittadini “liberali” (Salvatore Rampone presidente; Gennaro Collenea, Giuseppe de Marco, Giovanni De Simone, Domenico Mutarelli, Nicola Vessichelli e Francesco Rispoli, elevatisi a Governo provvisorio, come racconta lo stesso Rampone nelle sue Memorie politiche di Benevento dalla rivoluzione del 1799 alla rivoluzione del 1860, Tipografia D’Alessandro, Benevento 1899, pagina 104) accompagnò fino al confine dell’Epitaffio il delegato vaticano monsignor Edoardo Agnelli con il suo seguito intimando loro di non tornare più in Benevento.

La fontana eretta nella prima parte del Seicento non esiste più (l’ultimo a descriverla fu Salvatore De Lucia nelle sue Passeggiate beneventane (a pagina 244 del volume edito nel 1928 e poi ristampato nel 1983) e, assieme all’epigrafe originale, sono scomparse le armi del re di Spagna Filippo III, in carica dal 1598 al 1621, e di Giovanni Alfonso Pimentel Herrera (che era pure conte di Benavente, ma trattasi della quasi omonima città spagnola, oltre che viceré di Napoli tra il 1603 e il 1610) mentre sopravvive lo stemma in pietra di papa Urbano VIII (Maffeo Vincenzo Barberini, con la tiara dal 1623 al 1644) con le “somme chiavi pontificie” e le tre api della sua vetusta famiglia forentina.

Dopo la seconda guerra mondiale, nel 1949, sul luogo è stato murato un proclama di stampo massone, tipico di una tramontata mentalità anticlericale: “Questo termine fu eretto nel XVII secolo / pontefice Urbano VIII e re Filippo IV / per segnare il confine del Ducato di Benevento / e mai quel confine segnò / se esso fu méta ai perseguitati politici / e transito di meno conculcate idee di libertà / oggi ricorda che imposte barriere / non fermano impeti di ideali / né fatali andare di popoli”. Difficile a comprendersi è l’errore degli estensori di questa iscrizione secondo la quale sembrerebbe capire che il monumento fu concepito dal Barberini assieme a Filippo IV mentre il pontefice si era limitato a far sormontare con il proprio stemma la monumentale fontana circa venti anni dopo l’ultimazione della stessa opera.

In passato i contadini del luogo, non afferrando in pieno il senso della parola, usava chiamarlo lo Petaffio, probabilmente in ossequio al termine “pitàffio” largamente in uso nell’era medioevale. Sta di fatto che la fontana – come si è scoperto con le campagne archeologiche a metà dello scorso secolo, avviate e poi dimenticate – si trovava sorgeva proprio sopra un sepolcreto d’origine romana. Resta la speranza di ripresa per ulteriori ricerche affinché il luogo non venga abbandonato del tutto come sembra accadere all’area del Cellarulo.

 

 

A ricordo del Monte Pegni Orsini

 

 

Nel cortile di Palazzo Paolo V figurava fino a qualche tempo fa la scritta Monte Pegni Orsini, banca di cui si sono perse le tracce da alcuni decenni. Gradirei qualche cenno in proposito. Ambrogio Pasi (Lodi)

 

Risponde la Società storica del Sannio (Giacomo Tasso):

 

 

Si trattava di un’istituzione longeva e salda, la cui vita si è protratta per circa tre secoli dopo la fondazione voluta dal grande arcivescovo Vincenzo Maria Orsini, pastore della città per 44 anni (dal 1686 al 1730: da rilevare che negli ultimi sei anni, benché elevato al soglio pontificio con il none di Benedetto XIII, desiderò mantenere la cattedra beneventana). Egli creò una serie di Monti frumentari per sottrarre i contadini dall’ansia di comprare sementi e utensili prima di aprire un Monte dei maritaggi per offrire una dote alle giovani senza patrimonio ed un Monte dei tetti per aiutare le nuove coppie a costruirsi una casa. Con il Monte dei pegni si propose di svincolare gli artigiani e i lavoratori dall’incubo degli usurai. Nei decenni successivi alla nascita di questi strumenti finanziari a sostegno dei bisognosi ebbero un migliore assetto con la separazione delle diverse funzioni. Spettò infatti all’arcivescovo Francesco Maria Banditi (cardinale riminese, 1706-1796) il merito di separare nel 1788 il settore dedicato ai prestiti di grano da quello relativo ai pegni, come attestano gli Statuti e regole per la retta amministrazione e il buon governo del sacro Monte di pegni della Città di Benevento, Tipografia arcivescovile, Benevento 1788. 

Le attività del Monte pegni erano cominciate in sordina grazie ai donativi recepiti dall’Orsini (cui  in seguito venne intitolato) dal predecessore arcivescovo Bologna e dagli avanzi delle gestioni frumentarie che, nel frattempo, si erano potenziati al punto da richiedere ulteriori spazi da organizzare quali magazzini per il grano. Fatto sta che nell’anno 1713 il patrimonio disponeva di ducati 5.000 in buona parte investiti nelle cosiddette “compre di annue entrate” vale a dire titoli fruttiferi. Con l’arrivo nel 1737 del nuovo governatore, cardinale Baldassarre Cenci il Giovane (romano, 1710-1763) era stata già decisa una revisione contabile degli enti dando ad essi bilanci differenziati in modo da non confondere le attività del Monte frumentario con quelle del Monte pegni ormai dotato di una appropriata e intensa attività. Tra l’altro venne stabilito che la concessione di pegni avvenisse quattro volte l’anno: in ottobre, “per ajuto della semenza”, in dicembre, “per sovvenire a’ bisogni in onore delle feste di Natale”; in marzo, “in onore della S. Pasqua di resurrezione”; e in maggio “a gloria di S. Filippo Neri co-protettore della città” (in proposito Ennio  De Simone, Un progetto di banco pubblico a Benevento all’alba del secolo XIX, sta in “Archivio storico del Sannio”, n. 1-2, 1998, pagina 226). Il regolamento stabiliva perentorie scadenze per la restituzione delle somme ottenute sul valore degli oggetti - in genere, monili ed oro - dati in pegno: otto giorni. Scaduto il termine, si procedeva alla vendita all’incanto, ma la gestione del Monte non aveva finalità speculative: la direzione, infatti, si limitava a trattenere soltanto l’importo netto della somma prestata, consegnando - circostanza che si verificava con una certa frequenza - la differenza eventualmente lucrata in più al mancato debitore. Tra le regole volute dal cardinale era stabilito che i pegni venissero conservati in una stanza del Palazzo magistrale chiusa da porta “ferma e gagliarda” con serratura a doppia chiave da dare a due diversi deputati appartenenti alle Piazza dei Nobili e del Popolo. “Sopra l’ingresso veniva affissa una targa con la scritta a grandi lettere Mons Pietatis SPQB Gratis allo scopo di sottolineare con chiarezza la finalità dell’ufficio, l’appartenenza alla comunità civica e l’esenzione da tributi o interessi usurai” (Mario Boscia - Francesco Bove, Palazzo Paolo V, Edizioni del Comune, Benevento 2006, pagina 22).

Nel corso del tempo il Monte Pegni Orsini andò assumendo la tipica fisionomia delle banche popolari. Prosperò superando alcuni momenti durissimi. Tra l’altro subì numerose peripezie, dal saccheggio degli invasori francesi nel 1799 al sequestro dei beni disposto dal governo Talleyrand; ritornata la tranquillità sociale il Monte Orsini riuscì a superare gli sconvolgimenti politici intervenuti con l’Unità a caro prezzo, passando nel 1863 l’intero patrimonio nelle mani dello Stato che delegò il Comune a sovrintenderlo. I suoi dirigenti amministratori cercarono comunque di mantenere alto lo spirito originale dell’istituto conservando la politica di sostegno alle classi meno abbienti avviate nel giro produttivo. Dopo aver superato i disastri delle due guerre mondiali, purtroppo per l’intervenuto trend delle concentrazioni finanziarie, il Monte Pegni Orsini non riuscì più a salvaguardare la propria autonomia lasciandosi coinvolgere dalla politica degli accorpamenti bancari sul finire del Novecento. Fagocitato dalla Cassa regionale molisana l’ente passò in seguito nell’orbita di una banca romana, a sua volta inglobata nel gruppo del Credito Italiano. Così ebbe fine la gloriosa vita del Monte di Pegni Orsini. Di questa tipica banca sannita non restava altro che la scritta nel cortile di Palazzo Paolo V sull’antica Strada Magistrale (prima che i localu venissero trasformati in caffetteria, peraltro mai utilizzata) mentre il busto del fondatore (opera dello scultore settecentesco Pietro Bracci) si trova oggigiorno nel salone per i clienti presso la filiale dell’Unicredit a Benevento.

 

 

 

 

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