Mercoledì, 20 Agosto 2014 08:05

Il culto di Iside nel Sannio

Nel primo secolo dopo Cristo scoppiò all’improvviso il culto delle divinità egizie che l’imperatore Tito Flavio Domiziano (romano, 51-96 d.C., che si era autoproclamato dominus et deus, signore e divinità) volle imporre soprattutto per emarginare quei cittadini (ebrei e cristiani) che ostentavano senza alcun timore il loro monoteismo. In questa fase veniva eretto a Benevento, negli anni 88-89 d.C., un santuario dedicato a Iside, e ciò introduceva un evento assolutamente originale per la gente  del Sannio che praticava in massima parte culti pagani diversi da quelli romani. La novità faceva accorrere dall’intera regione folti gruppi di pellegrini che visitavano questo tempio, straordinario per magnificenza e originale per offerta religiosa. Ciò non comportava adesione ai riti ma spirito di curiosità. Il culto isiaco si era insediato da tempo in vari punti di Roma, pur tra mille opposizioni, culminati nel bando del Senato che nel 64 a.C. ne aveva proibito l’esercizio pubblico in città: probabilmente per tale motivo gli interessi dei seguaci dovettero spostarsi altrove come documentano le collezioni del Museo archeologico di Fiesole per l’area toscana e del Museo nazionale di Napoli per le scoperte di Pompei. Ovunque la figura della divinità egizia appariva quasi una versione esotica di alcune venerate espressioni della tradizione pagana quali Cibele simbolo di fecondità, Era-Giunone protettrice della maternità, Demetra-Cerere madre della terra e Afrodite-Venere dea dell’amore.

Entrando nella bella chiesa di San Domenico in Benevento non può passare inosservato un monumento sepolcrale dedicato al generale francese Charles-Antoine Manhés, che non risulta abbia mai messo piede da vivo e da morto nella città. Si tratta infatti di un solenne quanto semplice cenotafio (vale a dire, una tomba senza bara perché deriva dai termini greci κενός che sta per “vuoto” e τάφος che significa “tomba”) alla stessa maniera della fiorentina Santa Croce ove ammiriamo il ricordo marmoreo di Dante Alighieri: il padre della lingua italica riposa in Ravenna mentre i resti dell’ufficiale napoleonico probabilmente sono confusi tra le vittime di un’epidemia colerica nel territorio partenopeo e, date le circostanze del decesso, il cadavere non avrebbe mai potuto attraversare il Regno delle Due Sicilie e superare il confine dello Stato Pontificio. Lo conferma anche la dedica fatta porre sul sepolcro dalla figlia Maria Luisa.

Lunedì, 09 Giugno 2014 13:09

Promemoria per chi ama Benevento

L’associazione culturale Isidea ha lanciato un’intelligente proposta – realizzare una copia del bassorilievo “Achille e Pentesilea” custodito dal Museo provinciale, copia da collocare sulla piazza di S. Sofia – e la Società storica del Sannio raccoglie questa iniziativa e desidera rilanciarla ampliandone la portata: apriamo allora il discorso per l’utilizzo museale della chiesa di Santa Sofia.

Questo tempio, come facilmente avverte ogni colto visitatore, non era nato per la pastorale destinata al popolo ma in funzione di cappella palatina per la Corte longobarda, con esercizio dei riti religiosi ad esclusivo beneficio dell’apparato ducale: i famigliari del Duca, i dignitari di governo, i monaci e le monache con residenza nell’attiguo centro conventuale. Allora l’altare era posto al centro della sala (a forma stellare) in modo che il celebrante (oppure chi intonava canti o preghiere) si trovava bene in vista dei fedeli che, essendo in pochi eletti, potevano seguire i riti nonostante la corona delle otto colonne. Proprio tale struttura architettonica, che alcuni studiosi assimilano a quella dell’omonima grandiosa costruzione di Costantinopoli, illustra assai meglio di qualsiasi manuale la funzione cui era preposta al tempo della sua realizzazione. Esistono inoltre stampe antiche che confortano la netta separazione del complesso di S. Sofia rispetto alla vita esterna: una consistente muraglia circondava chiesa convento e palazzo ducale riservando a religiosi e cortigiani ivi residenti ogni pratica di fede nel tempio. Al popolo veniva praticamente precluso l’accesso. Soltanto dopo il decadimento della struttura abbaziale, una volta abbandonate le sale di preghiera studio e scrittura riservate agli addetti, la primitiva destinazione decadeva e le autorità diocesane propendevano per aprire lo spazio all’intera comunità cittadina.

 

 A Benevento e dintorni chi non ha mai sentito parlare almeno una volta dell’arcivescovo Orsini? La risposta è positiva per la quasi totalità dei cittadini ma il problema sta nel fatto che ben pochi sanno collocarlo nel tempo e nel ruolo esercitato a favore dell’intero Sannio. Sono pochi persino gli studi sul personaggio che gli specialisti in fatti storici preferiscono approfondire limitandosi ad aspetti e situazioni del tutto settoriali. Per una lettura semplice e moderna sul cardinale di Gravina non esiste materiale in circolazione. O meglio non esisteva fino al testo di Giacomo de Antonellis, appena uscito per conto delle Edizioni Scientifiche Italiane quale primo quaderno dell’Archivio storico del Sannio sotto il titolo di Il Papa beneventano: Vincenzo Maria Orsini - Benedetto XIII.

Quattro sono le fasi biografiche messe in risalto in questo saggio: l’adolescenza del nobile Orsini con il maturare della vocazione religiosa; il suo ingresso nell’Ordine dei predicatori, facendosi Domenicano, fino alla travagliata accettazione del cappello da cardinale; la nomina alla cattedra episcopale in Manfredonia-Siponto, Cesena, Frascati, Porto e Rufina prima di raggiungere la sede   di Benevento ove ha lasciato un’impronta indelebile nel corso dei 44 anni di reggenza; infine la non desiderata elevazione al trono pietrino con il nome di Benedetto XIII che lo distoglieva dalla sua mistica visione di pastorale religiosa. Fece cose grandi da arcivescovo (novello San Carlo sul piano diocesano) ma anche da pontefice impresse tracce durature quale esempio vivo di umiltà e di pietà. Fra’ Maria Vincenzo si presenta pertanto come personaggio-chiave del territorio sannita a cavallo di due secoli difficili tra il declinante ambiente del potere clericale in ogni affare di Stato e di Chiesa al cospetto degli incalzanti orizzonti dell’evoluzione culturale nel Settecento. Un uomo del Sud, pugliese, tutto da scoprire e da apprezzare alla luce della sua attualità di sacerdote e di animatore sociale: non a caso la linea genealogica episcopale di Papa Francesco risulta collegata a Benedetto XIII (ecco una curiosità scoperta dall’autore di questa originale biografia) diventando in tal modo suo diretto “discendente” (Luigi Vinciguerra).

Sacra miscere profanis. Compenetrare il piano ecclesiastico con quello laico. Ad Dei atque Regni majorem gloriam. Per le migliori fortune della Chiesa e della Nazione. Ecco il succo del disegno politico che in materia religiosa caratterizzava nel Settecento lo Stato di Napoli, dalla sua capitale fino alle terre più lontane[1]. Il diciottesimo secolo – “tempo eroico” della storia partenopea, per dirla con il Tanucci[2] – si apriva con l’avvento di una dinastia intimamente connessa al popolo ma si chiudeva con la tragica avventura di una repubblica forgiata da validissimi uomini, tuttavia colpevoli di aver sposato un’ideologia assolutamente estranea al tessuto sociale del luogo. Arturo Carlo Jemolo sosteneva che “l’ordito della storia è dei più complicati; dottrina e pratica, teoria ed azione sono sempre mescolate… e pertanto non poteva non darsi una certa propensione per quegli scrittori giurisdizionalisti che osteggiavano l’assolutismo papale e per quei riformisti, sul terreno economico sociale e politico, che restavano inascoltati dai monarchi”[3]. Il tutto sollecitato da una ventata religiosa imprevista e autentica quale era il verbo del giansenismo[4]. Per questi motivi, re Carlo di Borbone[5], che intuiva la novità dei tempi pur senza dominarla, puntava il suo obiettivo sul progresso economico e civile, tuttavia senza poter contare su strutture politico-sociali in grado di sostenere finalità etiche; l’impatto tra spirito progressista e spirito conservatore accentuava le differenze e provocava danni irreparabili per il futuro dei cittadini napoletani.

Martedì, 11 Marzo 2014 15:16

Colloqui con la Società

Donatello è mai stato a Benevento?

 

Da un simpatico amico, il fotografo e artista Giovanni De Noia (incontrato in piazza S. Sofia che la balordaggine politica ha cambiato lo storico nome più volte), ho appreso di un suo progetto per illustrare le similitudini tra la Janua Maior e i bassorilievi di Port’Aurea con le opere di Donatello che si ispirerebbero alle formelle del nostro Duomo e ai marmi traianei. Con tutta sincerità questo confronto mi lascia perplesso. A quei tempi non esistevano documentazioni cartacee sui monumenti presenti in località lontane dalla propria residenza, a meno di una diretta visione delle singole opere. Vi domando:  lo scultore fiorentino ha mai visitato Benevento? (email firmata)

 

Risponde la Società storica del Sannio (Luigi Vinciguerra):

 

In merito non esiste documentazione. Donato de’ Bardi, detto Donatello, nacque e morì a Firenze vivendo tra il 1386 e il 1466. Apprese il mestiere di scultore lavorando nella bottega di Lorenzo Ghiberti. E presto divenne grande, abbandonando gli schemi gotici ed affrontando vigorosamente il realistico stile del Rinascimento. Fu in stretta simbiosi con Filippo Brunelleschi, assieme al quale negli anni giovanili compì un viaggio a Roma volendo studiare dal vivo la scultura classica (Giorgio Vasari, La Vita di Donato, volume primo: “Partitosi da Fiorenza a Roma si trasferì per cercar d’imitare le cose degli antichi... Tornato poi a Firenze lavorò a Cosimo de’ Medici in S. Lorenzo”) .

Sabato, 14 Settembre 2013 16:05

Benevento nell’età pontificia

mostra didattica

Associazione nazionale Stelle al merito sportivo, sezione di Benevento
S
ocietà storica del Sannio

21-25 ottobre 2013 - Biblioteca Provinciale, Palazzo Terragnoli 

Il Trattato di Worms

Benevento è una città antichissima fondata dal popolo dei Sanniti con il nome di Maloenton, in lingua dorica “gregge” ma interpretato dagli italici come Maleventum, zona battuta dai venti; secondo la leggenda, sarebbe nata con il guerriero greco Diomede, sbarcato in Puglia dopo la guerra di Troia (non a caso l’insegna civica ricorda il mitico cinghiale di Calidone ucciso da Meleagro, zio dell’eroe: Omero, Iliade, IX, 526-549).

Lunedì, 22 Luglio 2013 21:05

Chi siamo

 

Fondata nel 2004 da un nucleo di intellettuali e cultori di storia, la Società storica del Sannio cerca di colmare uno specifico vuoto culturale della città sannita. Non a caso essa si richiama nell'intestazione ad un organismo creato – quasi un un secolo fa – all'estinta Società Storica che era stata promossa nel 1922 da Enrico Cocchia, Antonio Mellusi, Antonio Jamalio e Alfredo Zazo, la cui primaria attività consistette nel redigere gli Atti di un "Archivio storico” assieme agli “Annali della Società storica” (questi ultimi integralmente ristampati dall'editrice Torre della Biffa, in tempi recenti). La ripresa dell'associazione è avvenuta per iniziativa di Gianandrea de Antonellis che attualmente ricopre la carica di presidente. Adesso la nuova Società storica del Sannio si pone l’obiettivo di contribuire ad ogni tipo di studi tesi a coltivare la memoria storica del territorio e nello stesso tempo onorare figure del passato che hanno onorato la civiltà sannita.

La nuova Società storica del Sannio sta inoltre realizzando una Biblioteca specializzata di storia, dotata di oltre seimila titoli tra volumi opuscoli e periodici sia a carattere scientifico sia a carattere letterario, la cui base è costituita dal patrimonio librario di Giacomo de Antonellis - giornalista professionista, scrittore. bibliofilo - che ha lavorato in campo editoriale per diversi decenni fondando tra l'altro a Milano il Club di Autori Indipendenti.

L'organismo collabora principalmente con la Fondazione Francisco Elías de Tejada, con sede a Madrid

 

Contatti  

Società storica del Sannio
Palazzo Isernia al corso Garibaldi (già Strada Magistrale) 95
82100 Benevento  BN
Tel. 0824.53464
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